Cesare Zavattini (1902-1989) è noto come uno dei padri della cinematografia italiana del secondo dopoguerra, specialmente per l’attività di sceneggiatore dei grandi classici del neorealismo. In realtà la sua opera si caratterizza per la poliedricità degli interessi e investe diversi linguaggi artistici, dal cinema alla letteratura, passando per il teatro, la pittura, la poesia e molto altro ancora.
Alla base dell’intensa e variegata produzione artistica di Zavattini vi è una costante ricerca autobiografica che alimenta una dimensione autoriflessiva destinata a caratterizzare l’intera opera dell’autore luzzarese.
Una delle chiavi di lettura più rappresentative dell’universo zavattiniano risiede proprio nell’attitudine dell’autore a interrogarsi su se stesso, mantenendo costantemente uno “spazio autobiografico” nel processo creativo. Questa vocazione si manifesta nei diversi linguaggi utilizzati dall’autore, costituendo un filo rosso destinato ad accomunare diverse forme artistiche e differenti progetti; la raffigurazione del personaggio-io dunque alimenta sia la pratica della scrittura che l’impegno pittorico a cui Zavattini si dedicò con grande passione fin dalla fine degli anni Trenta.
Nel corso della sua vita dunque Zavattini si misura costantemente con le diverse forme espressive di comunicazione egocentrica primaria (diario, autobiografia, lettera, autoritratto). Tratto saliente della fondamentale componente diaristica (recentemente riscoperta grazie alla pubblicazione dei diari inediti a cura di Valentina Fortichiari e Gualtiero De Santi) ma anche dell’attività letteraria nonché della scrittura per il teatro e il cinema, l’”autobiografismo perpetuo” connota in modo marcato anche l’opera pittorica zavattiniana, a partire dalla forma dell’autoritratto destinata a divenire la cifra iconica della sua produzione pittorica.
Si tratta dunque di una pittura strettamente legata all’attività letteraria di Zavattini; non a caso Zavattini usa i termini autobiografia, autoritratto e diario come intercambiabili.
