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La Tari

19 Ott, 2020

Nel corso degli anni la Tari tassa raccolta smaltimento rifiuti ha subito diversi mutamenti dal punto di vista normativo che genera come di consueto confusione sulla corretta applicabilità e quantificazione.

Nella mia esperienza di consulente da circa 20 anni mi sono reso conto che ancora oggi molti utenti non hanno ben chiaro cosa pagano e perché.

Quali le condizioni

Questa incertezza viene riscontrata soprattutto nelle attività produttive, le quali solitamente pagano ditte private specializzate per lo smaltimento dei rifiuti prodotti (speciali e non) e quindi vedono la Tari come un dazio da versare al Comune per un servizio talvolta pressoché inesistente.

In effetti riuscire a districarsi tra la normativa, la prassi, la giurisprudenza non è affatto facile considerato che ogni azienda, ogni categoria di attività ha caratteristiche diverse una dalle altre e pertanto le valutazioni su cosa e quanto si debba pagare risulta essere un processo non immediato.

Spesso mi è capitato di imbattermi in attività produttive che dichiaravano l’intera superficie dei capannoni, altre volte venivano dichiarati solo gli uffici e gli spogliatoi perché l’imprenditore nel suo pensiero logico partiva dal presupposto che solo quei locali generavano rifiuti smaltiti dal Comune.

Sarebbe tutto molto più facile se la normativa fosse chiara e senza lasciare adito a interpretazioni, ma purtroppo non è così. E quindi qual è la soluzione? Pagare quello che il Comune manda? A tal proposito vorrei condividere un caso reale che mi è successo recentemente.

Un Comune notifica un accertamento ad un’azienda contestando che la superficie dichiarata (2204 mq) fosse molto inferiore a quella accertata (5586 mq), generando così una differenza di imposta annua pari a circa  15.300,00 € da versare in più oltre i circa 9.000,00 €  all’anno che l’azienda già versava puntualmente, per un totale Tari di 24.300,00 €/anno. A questa cifra bisogna aggiungere i costi di smaltimento in proprio effettuati tramite società specializzate che ammontano a 15.000,00 € all’anno.

 

E’ evidente che sono costi eccessivi che pesano sul bilancio aziendale, tenuto conto che non è ben chiaro perché si debba versare al Comune un obolo di 24.300,00 € all’anno per smaltire i rifiuti derivanti dai pranzi dei suoi dipendenti. Facendo un’attenta analisi del ciclo produttivo, dei rifiuti generati dal processo, di quelli smaltiti autonomamente, della quantità e qualità degli stessi, delle aree da escludere dal calcolo dell’imposta, si è arrivati a definire quanto segue:

Si può vedere come i 5.586 mq accertati siano stati rettificati e definiti in 3.002 mq. e quindi a fronte di un’imposta annua di 24.300,00 € richiesta dal Comune l’azienda ne pagherà 12.700,00 €, con un risparmio di 11.600,00 €/anno, che vengono consolidati nel tempo (salvo modifiche o ampliamenti aziendali) e permettono un risparmio in 10 anni di circa 100.000,00 €.

Credo che questo esempio ci debba fare riflettere su come districarsi correttamente nella giungla della Tari, analizzando a fondo quale sia effettivamente l’importo dovuto in relazione al tipo di attività svolta.

Per approfondire contatta: segreteria@conflombardia.com

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