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Quando il mondo si incrina: le tensioni non sono caos, ma equilibrio riscritto

9 Feb, 2026

Le crisi globali non piovono dal cielo: sono la materializzazione di strategie economiche, scelte geopolitiche e interessi consolidati. Per le PMI italiane non è solo un fatto internazionale, è una trasformazione che grava sulle filiere, sui bilanci, sulle famiglie. Una trasformazione che richiede consapevolezza, reazione, protagonismo.

Il mondo in tensione: non caos, ma strategia

Negli ultimi anni, e ancor più in questa fase che volge il proprio sguardo verso fine inverno, l’idea di “crisi improvvisa” o di “shock esterno” non regge più se sottoposta a un’analisi rigorosa e disincantata. Le tensioni globali – dagli scacchieri geopolitici aperti a conflitti, ai rischi di escalation, alla competizione per le risorse energetiche, fino alle guerre commerciali mascherate da sanzioni – non sono fenomeni casuali né tantomeno fenomeni disgiunti dai processi economici. Al contrario: sono espressioni tangibili di strategie economiche su vasta scala, orchestrate da attori statuali e non statuali, con obiettivi dichiarati o taciti che impattano in modo diretto e indiretto sui flussi di capitale, sulle catene di fornitura globali e sulle dinamiche dei mercati reali.

Questa non è una narrazione complottista, né un espediente retorico: è la fotografia di un mondo in cui la geopolitica e l’economia reale si intrecciano fino a diventare indistinguibili. Le pubblicazioni di istituti di ricerca internazionale e i report sulle dinamiche delle supply chain lo attestano: la tensione sul fronte energetico, sui trasporti, sulle materie prime non è un effetto secondario, ma il risultato di scelte di politica economica e di pressione competitiva, volte a riqualificare equilibri produttivi e a ridefinire il ruolo di ciascun attore nel sistema globale. Quando gli interessi strategici di grandi potenze confrontano egemonie regionali, o quando i blocchi economici si arroccano dietro dazi e contromisure, le ricadute non restano confinati ai confini delle capitali: si propagano nelle fabbriche, nei porti, e nei conti correnti delle imprese che costituiscono l’ossatura produttiva del nostro tessuto economico.

È qui che emerge chiaramente come la narrazione dominante – quella che parla di “crisi improvvisa” o di “instabilità incontrollata” – sia insufficiente a leggere la profondità del fenomeno. Non è l’instabilità l’eccezione: è la nuova normalità. E non è un effetto casuale: è la conseguenza di una ridistribuzione di potere economico e di influenza strategica. Le tensioni globali sono l’espressione, anche dolorosa, di una competizione economica che attraversa i continenti e che obbliga, in primo luogo, le realtà produttive più fragili e meno protette a confrontarsi con scenari per cui non erano strutturalmente preparate.

Per chi guida piccole e medie imprese, per chi ha legato la propria vita professionale alle risorse della comunità in cui opera, questa non è una tematica distante. Non sono numeri su un grafico o titoli di giornale: è l’energia che aumenta, sono i costi delle materie prime che si comprimono o si espandono con scarso preavviso, sono i tempi di consegna delle commesse che si allungano fino a mettere in crisi la programmazione annuale. È la pressione su un modello economico che non è pensato per redistribuire potere, ma per gestire competizione feroce. È la consapevolezza che, in un sistema dove la tensione internazionale determina i costi di produzione e l’accesso ai mercati, non si può più navigare a vista.

Ed è per questo che Conflombardia PMI non si limita a osservare: interpreta, spiega, traduce in linguaggio operativo queste tendenze globali. Perché la prima difesa di una PMI non è la retorica della resistenza, ma la conoscenza puntuale dei meccanismi che governano il sistema in cui opera. Conoscenza che porta con sé responsabilità, ma anche capacità di reazione strategica. È questa la prospettiva da cui guardiamo il mondo in tensione: non come caos esterno, ma come contesto di opportunità da comprendere e, soprattutto, da governare.

Quando la geopolitica entra nei bilanci delle imprese

Il punto che troppo spesso viene sottovalutato, o peggio ancora volutamente rimosso dal dibattito pubblico, è che la geopolitica non resta confinata nei palazzi del potere, nei tavoli diplomatici o nei comunicati ufficiali. La geopolitica entra, con puntualità quasi chirurgica, nei bilanci delle imprese. Entra nelle voci di costo. Entra nei margini. Entra nella pianificazione. E colpisce in modo asimmetrico: non tutti pagano allo stesso modo il prezzo delle tensioni globali. A pagarlo per primi sono coloro che hanno meno strumenti di difesa, meno potere contrattuale, meno capacità di assorbire shock improvvisi. In altre parole: le piccole e medie imprese.

Ogni tensione internazionale che incide sui flussi energetici, sulle rotte commerciali o sulla disponibilità di materie prime produce un effetto immediato sull’economia reale. Aumenti dei costi di approvvigionamento, volatilità dei prezzi, difficoltà di programmazione degli ordini, instabilità nei rapporti con fornitori e clienti. Per una grande struttura industriale questi fenomeni vengono spesso assorbiti attraverso economie di scala, contratti pluriennali, coperture finanziarie. Per una PMI, invece, rappresentano un fattore di stress sistemico. Non perché manchi la capacità imprenditoriale, ma perché il sistema non è progettato per tutelare chi opera con margini ridotti e responsabilità diffuse sul territorio.

Il risultato è un paradosso evidente: le PMI vengono chiamate a essere flessibili, resilienti, adattabili, ma senza che venga loro riconosciuta alcuna protezione strutturale. Anzi, spesso diventano il vero ammortizzatore del sistema economico. Quando aumentano i costi energetici, li assorbono comprimendo i margini. Quando le filiere rallentano, tengono in piedi i rapporti con i dipendenti. Quando il credito si irrigidisce, rinviano investimenti e innovazione. Tutto questo avviene in silenzio, senza titoli di giornale, senza interventi straordinari, senza pacchetti emergenziali realmente calibrati sulle loro dimensioni.

Ed è qui che la narrazione dominante mostra tutta la sua fragilità. Si parla di “resilienza del sistema produttivo”, ma non si dice mai chi paga il costo di questa resilienza. Si celebrano i dati macroeconomici, ma si ignorano le micro-fratture che attraversano il tessuto imprenditoriale diffuso. Le PMI non sono un blocco astratto: sono imprese radicate nei territori, spesso a conduzione familiare, con un rapporto diretto e quotidiano con i lavoratori e con la comunità. Ogni euro sottratto alla capacità di investimento di queste imprese non è solo un numero in meno su un bilancio: è un’opportunità persa per il territorio, un reddito che non circola, un futuro che viene rinviato.

In questo contesto, l’instabilità internazionale non fa altro che amplificare fragilità già esistenti. Fragilità che non nascono dalla cattiva gestione delle imprese, ma da un sistema che chiede alle PMI di comportarsi come grandi aziende, senza però fornire loro gli strumenti per farlo. La geopolitica diventa così una variabile non governabile, che si somma a una pressione fiscale costante, a un quadro normativo complesso e a una burocrazia che non distingue tra chi ha dieci dipendenti e chi ne ha diecimila.

Per questo motivo, leggere le tensioni globali come qualcosa di distante significa non comprendere la realtà. Ogni crisi internazionale ha un riflesso diretto sulla capacità delle PMI di garantire stabilità occupazionale, continuità produttiva e coesione sociale. E quando queste imprese vengono messe sotto pressione, non è solo l’economia a risentirne: è l’intero equilibrio delle comunità locali. È su questo punto che Conflombardia PMI richiama l’attenzione con forza: non esiste una vera analisi economica che possa prescindere dall’impatto concreto sulle imprese che tengono in piedi il Paese, spesso senza tutele, senza riconoscimenti e senza una strategia di accompagnamento adeguata.

L’Italia tra grandi eventi e letture macroeconomiche

Nel dibattito pubblico italiano, i grandi eventi vengono spesso presentati come simboli di rinascita, di slancio economico, di fiducia ritrovata. Le Olimpiadi invernali rientrano pienamente in questa narrazione: infrastrutture, investimenti, visibilità internazionale, flussi turistici, indotto. Tutto vero, sul piano macroeconomico. Ed è corretto riconoscere che eventi di questa portata generano un movimento significativo di risorse, attivano filiere complesse e producono effetti positivi misurabili in termini di PIL, occupazione temporanea e attrattività del Paese. Ma fermarsi a questa lettura rischia di produrre una visione incompleta, se non distorta, della realtà economica italiana.

Il punto non è mettere in discussione il valore strategico di un grande evento, né negarne i benefici complessivi. Il punto è comprendere che l’economia di un Paese non coincide con i suoi momenti straordinari, né può essere valutata esclusivamente attraverso indicatori aggregati. L’Italia non vive di eccezioni, vive di continuità. Vive di imprese che operano ogni giorno, lontano dai riflettori, in territori che non intercettano direttamente i flussi generati dai grandi progetti. Vive di una struttura produttiva frammentata, diffusa, composta in larga parte da micro e piccole imprese che non partecipano ai grandi appalti, non beneficiano degli investimenti infrastrutturali su larga scala e non hanno accesso diretto ai circuiti dell’economia dell’evento.

È qui che si crea uno scollamento pericoloso tra narrazione macro e realtà micro. Mentre il Paese celebra la capacità di attrarre investimenti e di organizzare eventi di rilevanza globale, una parte significativa del tessuto produttivo continua a confrontarsi con problemi strutturali che restano immutati: accesso al credito, pressione fiscale, rigidità normativa, costi energetici, burocrazia. Problemi che non vengono risolti da un grande evento, perché non rientrano nel perimetro dell’eccezionalità, ma in quello della normalità. E la normalità, per le PMI italiane, è fatta di margini ridotti, responsabilità elevate e un’esposizione costante al rischio.

Il rischio, allora, è duplice. Da un lato, quello di utilizzare i grandi eventi come alibi narrativo, come prova di una solidità economica che non è uniformemente distribuita. Dall’altro, quello di rafforzare una visione centralizzata dello sviluppo, in cui le risorse si concentrano dove l’impatto mediatico è maggiore, lasciando scoperti interi territori e comparti produttivi. Le PMI, soprattutto quelle radicate in aree non direttamente coinvolte dai grandi progetti, non vedono cambiare il proprio quadro operativo. Non vedono semplificazioni. Non vedono alleggerimenti. Vedono, semmai, aumentare il divario tra chi intercetta flussi straordinari e chi continua a sostenere il peso dell’economia ordinaria.

Conflombardia PMI osserva questo scenario con realismo, non con spirito polemico. I grandi eventi possono rappresentare un’opportunità, ma non possono diventare una foglia di fico dietro cui nascondere le fragilità strutturali del sistema. La vera misura della salute economica di un Paese non sta nella sua capacità di organizzare l’eccezionale, ma nella sua capacità di sostenere il quotidiano. E il quotidiano italiano è fatto di imprese che tengono aperti i battenti dodici mesi all’anno, che garantiscono occupazione stabile, che generano valore nei territori senza clamore. È da qui che occorre ripartire per una lettura onesta e completa dell’economia nazionale.

La vera Italia: PMI, famiglie, comunità

Se si vuole davvero comprendere l’Italia, bisogna spostare lo sguardo lontano dai grandi numeri e dalle narrazioni centralizzate. Bisogna osservare ciò che accade ogni mattina, quando migliaia di serrande si alzano nei quartieri, nei paesi, nelle aree industriali diffuse. La vera economia italiana non è fatta di colossi impersonali, ma di micro imprese, ditte individuali, aziende familiari, società con pochi dipendenti che rappresentano molto più di una semplice unità produttiva. Rappresentano un presidio sociale, un punto di equilibrio, una forma di continuità economica e umana che tiene insieme lavoro, famiglie e territorio.

Ogni piccola impresa è una comunità in miniatura. Dietro un codice fiscale non c’è solo un’attività economica, ma una rete di relazioni: dipendenti che contano su uno stipendio regolare, fornitori locali, famiglie che programmano il proprio futuro sulla stabilità di quell’azienda. Quando una PMI funziona, genera ricchezza che resta sul territorio, alimenta i consumi locali, sostiene i servizi, rafforza la coesione sociale. Quando una PMI entra in difficoltà, l’impatto non è astratto: è immediato, concreto, spesso irreversibile. Si riducono gli orari, si rinviano investimenti, si comprimono i salari, si rinuncia a crescere. E, nei casi peggiori, si chiude.

È su questo punto che si manifesta una delle più grandi distorsioni del sistema economico attuale: trattare le PMI come semplici soggetti fiscali, come numeri da tassare o da controllare, ignorando la loro funzione sociale. La micro e piccola impresa non è un’anomalia del sistema, è il sistema stesso. È il cuore produttivo del Paese. Eppure, troppo spesso, viene caricata di oneri pensati per strutture completamente diverse, come se dieci dipendenti potessero sostenere lo stesso peso normativo, fiscale e burocratico di un’azienda con centinaia o migliaia di addetti.

Questa impostazione produce un effetto silenzioso ma devastante: impoverisce il tessuto sociale. Quando un imprenditore è costretto a destinare la maggior parte delle proprie risorse alla sopravvivenza amministrativa, quando deve difendersi più dalla complessità del sistema che dal mercato, il valore generato non si trasforma in benessere diffuso. Al contrario, si blocca. Si cristallizza. Si disperde. Le famiglie vedono ridursi il potere d’acquisto, i territori perdono vitalità, le nuove generazioni faticano a intravedere prospettive di lavoro stabile e qualificato.

Conflombardia PMI richiama con forza questo dato di realtà: non esiste politica economica efficace che non parta dal riconoscimento del ruolo centrale delle piccole e medie imprese nella vita delle comunità. Difendere le PMI non significa difendere interessi particolari, ma tutelare l’equilibrio sociale del Paese. Significa comprendere che ogni scelta normativa, fiscale o amministrativa che grava su queste realtà si riflette direttamente sulle famiglie, sui giovani, sul futuro dei territori. Ignorare questa connessione equivale a indebolire deliberatamente la struttura portante dell’Italia produttiva.

Ed è per questo che, nel momento in cui si analizzano le grandi dinamiche globali o i grandi progetti nazionali, non si può perdere di vista il livello locale. Perché è lì che le decisioni macro diventano vita quotidiana. È lì che le tensioni si trasformano in sacrifici reali. È lì che si misura, senza filtri, la capacità di uno Stato di essere alleato di chi produce valore o, al contrario, di diventare un fattore di erosione continua. La vera Italia vive qui. E qui deve tornare il centro del dibattito.

Uno Stato che chiede troppo a chi ha meno

C’è un nodo strutturale che attraversa tutta l’economia italiana e che raramente viene affrontato con onestà: lo Stato chiede alle piccole e medie imprese uno sforzo sproporzionato rispetto alle loro dimensioni reali. Chiede adempimenti, responsabilità, obblighi e livelli di conformità pensati per organizzazioni complesse, dotate di uffici dedicati, consulenze permanenti e capacità finanziarie ampie. Ma la maggior parte delle PMI italiane non dispone di queste strutture. Eppure, su di esse grava lo stesso carico, come se la differenza dimensionale fosse un dettaglio trascurabile e non un elemento fondante dell’economia reale.

La pressione fiscale è solo una parte del problema, seppur rilevante. Il vero peso che soffoca le PMI è l’insieme di pressione normativa, burocrazia e incertezza regolatoria che rende ogni scelta imprenditoriale più rischiosa, più costosa e meno prevedibile. Ogni nuovo obbligo, ogni adempimento aggiuntivo, ogni interpretazione ambigua di una norma sottrae tempo, risorse e lucidità a chi dovrebbe concentrarsi su produzione, innovazione e mercato. Il risultato è un sistema che non accompagna chi lavora, ma lo logora lentamente, giorno dopo giorno, senza clamore.

In questo contesto, molte imprese sono costrette a compiere scelte dolorose per restare in equilibrio. Una di queste è la compressione degli stipendi. Non per mancanza di volontà o di sensibilità sociale, ma per semplice necessità di sopravvivenza. Quando i costi fissi aumentano, quando la fiscalità non lascia margini, quando la burocrazia diventa un costo strutturale, l’unica variabile su cui intervenire diventa il lavoro. Ed è qui che si consuma una delle contraddizioni più gravi del sistema: nel tentativo di tenere in piedi l’azienda, si finisce per alimentare una spirale di impoverimento che colpisce lavoratori, famiglie e territori.

Questo meccanismo non produce sviluppo, produce fragilità. Non genera redistribuzione della ricchezza, genera stagnazione. Le risorse che potrebbero essere reinvestite sul territorio vengono assorbite da un sistema che non distingue, non calibra, non proporziona. E mentre le PMI cercano di contenere i danni, lo Stato continua a chiedere, a controllare, a sanzionare, come se il problema fosse sempre e comunque nella presunta inadeguatezza dell’impresa e mai nella struttura complessiva del modello economico.

Conflombardia PMI denuncia con chiarezza questa impostazione: uno Stato che tratta allo stesso modo realtà profondamente diverse finisce per penalizzare proprio chi regge l’economia quotidiana. Non si può chiedere a una micro impresa di sostenere lo stesso carico amministrativo di una grande azienda, né pretendere che assorba shock esterni senza strumenti di compensazione. Questo approccio non è neutro: è una scelta politica che produce effetti concreti, misurabili, e che contribuisce alla creazione di povertà anziché di valore condiviso.

Se non si interviene su questo squilibrio, il rischio è evidente: un progressivo svuotamento del tessuto produttivo diffuso, la perdita di competenze, la rinuncia all’imprenditorialità come scelta di vita. E con essa, la perdita di quella rete sociale che ha sempre rappresentato la forza dell’Italia. Uno Stato che chiede troppo a chi ha meno non rafforza il Paese: lo indebolisce dalle fondamenta.

Le contraddizioni strutturali: PA, appalti, vigilanza, CCNL

C’è un punto in cui il sistema mostra tutte le sue contraddizioni, e quel punto coincide con il rapporto tra Stato e piccole imprese. Un rapporto che, sulla carta, dovrebbe essere fondato su fiducia, reciprocità e funzione pubblica, ma che nella pratica si traduce troppo spesso in squilibrio, asimmetria e scarico di responsabilità. La Pubblica Amministrazione, primo committente del Paese, continua a rappresentare un fattore di instabilità per migliaia di PMI: ritardi cronici nei pagamenti, procedure farraginose, interpretazioni difformi delle norme. Non si tratta di episodi isolati, ma di un fenomeno strutturale, ampiamente documentato, che costringe le imprese fornitrici ad anticipare risorse, ricorrere al credito e sostenere costi finanziari che nessuno riconosce.

A questo si aggiunge la distorsione degli appalti pubblici, sempre più spesso costruiti attorno al criterio del massimo ribasso, anche in settori dove la qualità del servizio e la continuità operativa dovrebbero essere centrali. Il messaggio che passa è pericoloso: il prezzo diventa l’unico parametro, il lavoro viene svalutato, la sostenibilità economica delle imprese viene sacrificata sull’altare della spesa pubblica contenuta. Ma una spesa “contenuta” che scarica i costi a valle non è risparmio, è rinvio del problema. È trasferimento del rischio dalle istituzioni alle imprese, senza alcuna rete di protezione.

Il settore della vigilanza privata e dei servizi di sicurezza è emblematico di questa deriva. Parliamo di servizi essenziali, spesso utilizzati proprio dalla Pubblica Amministrazione, regolati da un intreccio normativo complesso e non sempre coerente. Appalti al ribasso, margini ridottissimi, obblighi stringenti e, allo stesso tempo, lacune regolatorie che espongono le imprese a responsabilità elevate senza adeguate tutele. In questo contesto, le aziende sono chiamate a garantire standard elevati con risorse sempre più compresse, mentre i lavoratori operano in condizioni che riflettono tutte le tensioni di un sistema sbilanciato.

Il tema dei contratti collettivi e dei salari si inserisce perfettamente in questo quadro. Da un lato si accusa il tessuto delle PMI di non garantire retribuzioni adeguate; dall’altro si accettano, e in alcuni casi si sottoscrivono, CCNL che prevedono salari insufficienti rispetto al costo della vita reale. È una contraddizione che pesa su tutti: sulle imprese, che non hanno margini per riconoscere aumenti strutturali; sui lavoratori, che vedono erodere il proprio potere d’acquisto; sulle famiglie, che faticano a mantenere un equilibrio dignitoso. Continuare a ignorare questo nodo significa alimentare un conflitto sociale latente, senza affrontarne le cause profonde.

Conflombardia PMI ritiene necessario aprire con coraggio una riflessione diversa, fondata su soluzioni concrete e proporzionate. Il tema del salario minimo territoriale, legato ai costi reali della vita e alle specificità produttive locali, non può più essere considerato un tabù. Così come non può esserlo un serio investimento nella formazione continua, pensata per le PMI, che consenta di aumentare competenze, produttività e valore del lavoro senza scaricare tutto il peso sulle imprese. Servono regole chiare, sostenibili, coerenti con la dimensione reale del tessuto produttivo.

Il paradosso è evidente: mentre lo Stato denuncia evasione e irregolarità, continua a costruire un sistema che rende sempre più difficile operare correttamente. Questo non rafforza la legalità, la indebolisce. Non tutela il lavoro, lo precarizza. Non sostiene le imprese sane, le spinge al limite. È su queste contraddizioni che si gioca una partita decisiva per il futuro dell’economia italiana. E continuare a far finta che siano marginali significa accettare un progressivo deterioramento del rapporto tra istituzioni, imprese e società.

Tirare le somme: la posizione di Conflombardia PMI

A questo punto il quadro è chiaro, e continuare a edulcorarlo sarebbe un errore. Il problema non sono le piccole e medie imprese. Non lo sono mai state. Il problema è un sistema che, da anni, utilizza le PMI come struttura portante dell’economia nazionale, ma le tratta come un elemento sacrificabile. Le chiama a reggere shock globali, rigidità normative, inefficienze amministrative e contraddizioni contrattuali, salvo poi additarle come responsabili quando emergono le crepe. È un’impostazione miope, che confonde la causa con l’effetto e finisce per indebolire ciò che dovrebbe essere tutelato.

Le PMI italiane non chiedono privilegi. Chiedono proporzione, certezza, coerenza. Chiedono regole pensate per chi opera con risorse limitate ma responsabilità diffuse. Chiedono una Pubblica Amministrazione che rispetti i tempi, appalti che non trasformino il lavoro in una merce al ribasso, un sistema normativo che non cambi continuamente le regole del gioco. Chiedono di poter investire, formare, crescere senza essere costantemente sospettate, controllate, compresse. Questo non è un atto di rivendicazione corporativa: è una richiesta di equilibrio istituzionale.

Se davvero si vuole affrontare il tema del lavoro povero, della tenuta sociale, della dignità delle famiglie, occorre avere il coraggio di intervenire sulle cause strutturali. Il salario minimo territoriale, calibrato sui costi reali della vita e sulle specificità economiche locali, rappresenta una strada concreta, non ideologica. Così come lo è una politica seria di formazione continua pensata per le PMI, che consenta di aumentare produttività e valore senza scaricare tutto il peso sui bilanci aziendali. Senza questi strumenti, ogni dibattito sui salari resta incompleto, ogni accusa rivolta alle imprese risulta ipocrita.

Conflombardia PMI assume una posizione chiara: non si può continuare a costruire sviluppo penalizzando chi lo rende possibile ogni giorno. Non si può invocare legalità senza creare condizioni operative sostenibili. Non si può parlare di crescita mentre si svuotano i territori, si impoveriscono le famiglie e si scoraggia l’iniziativa imprenditoriale diffusa. Difendere le PMI significa difendere la stabilità sociale del Paese, la sua coesione, la sua capacità di guardare al futuro senza fratture insanabili.

Questo è il punto da cui ripartire. Non con annunci straordinari, non con narrazioni emergenziali, ma con una riforma profonda del rapporto tra Stato, imprese e lavoro. Con regole proporzionate, responsabilità condivise e una visione che riconosca finalmente alle piccole e medie imprese il ruolo che già svolgono: quello di pilastro silenzioso, ma essenziale, dell’Italia produttiva. Conflombardia PMI continuerà a rappresentare questa voce, con fermezza e senza ambiguità. Perché senza PMI non c’è economia reale. E senza economia reale non c’è Paese.

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