Non basta aver costruito. Dobbiamo decidere come utilizzare ciò che è stato realizzato.
Abbiamo investito risorse pubbliche. Ora dobbiamo pretendere utilizzo strutturale.
Il 22 febbraio 2026 si concluderanno ufficialmente le Olimpiadi Invernali Milano-Cortina 2026. Con la chiusura dell’evento terminerà la fase più visibile di un percorso avviato anni fa, sostenuto da una disciplina normativa specifica – a partire dal Decreto-Legge 11 marzo 2020, n. 16, convertito nella Legge 8 maggio 2020, n. 31 – che ha consentito l’attivazione di una governance dedicata per la realizzazione delle opere e il coordinamento degli interventi infrastrutturali collegati ai Giochi. È un fatto oggettivo: le procedure sono state accelerate, le responsabilità concentrate, i tempi rispettati. Ma il dato organizzativo non esaurisce la questione. La vera questione è l’investimento pubblico che è stato effettuato. Le infrastrutture viarie potenziate, i collegamenti ferroviari migliorati, le strutture riqualificate, le opere di supporto rese operative a standard elevati non possono essere considerate come elementi funzionali a una parentesi sportiva. Sono patrimonio territoriale. E quando si utilizza risorsa pubblica per costruire patrimonio territoriale, si apre una responsabilità che va oltre l’evento. Se, una volta spenti i riflettori, queste aree torneranno a vivere prevalentemente di turismo stagionale o di competizioni sporadiche, l’impatto economico sarà inevitabilmente discontinuo. Se invece le opere verranno integrate in una strategia di utilizzo permanente, allora l’investimento potrà generare valore stabile. Non è un passaggio retorico. È un principio elementare di economia pubblica: una spesa in conto capitale produce effetti solo se inserita in un ciclo continuativo di attività. Le Olimpiadi hanno rappresentato l’occasione per realizzare infrastrutture che, in condizioni ordinarie, avrebbero richiesto tempi molto più lunghi. Ora occorre evitare che restino isolate. Io credo che il primo atto della fase post-olimpica debba essere questo: riconoscere che ciò che è stato costruito non è al servizio della memoria dell’evento, ma deve diventare piattaforma per lavoro stabile, insediamento produttivo e residenzialità continuativa. Se non assumiamo questa responsabilità ora, l’investimento rischia di ridursi a un risultato episodico. Se invece orientiamo l’utilizzo verso una funzione economica permanente, il 2026 potrà essere ricordato non per le cerimonie, ma per la scelta di trasformare un evento in una base strutturale di sviluppo.
Le aree olimpiche non possono tornare a essere montagne da weekend.
Se dopo il 22 febbraio le aree interessate dai Giochi torneranno a vivere prevalentemente di turismo stagionale, allora avremo perso l’occasione più importante. Non è una provocazione, è una constatazione. Le infrastrutture realizzate – viabilità migliorata, collegamenti ferroviari potenziati, accessibilità resa più efficiente – non sono state costruite per aumentare solo le presenze nei fine settimana o durante le competizioni sportive. Sono state finanziate con risorse pubbliche per migliorare la capacità strutturale del territorio. Questo significa che quelle aree devono poter sostenere attività continuative, non intermittenti. Un territorio che vive solo di stagionalità genera reddito concentrato in periodi limitati e fatica a mantenere servizi, occupazione stabile e popolazione residente nel resto dell’anno. È un modello fragile. Le Olimpiadi hanno ridotto una parte delle barriere infrastrutturali che storicamente limitavano l’insediamento stabile di imprese e professionisti in contesti montani o periferici. Ora non esiste più l’alibi della distanza o dell’isolamento. Se i collegamenti consentono tempi compatibili con l’efficienza produttiva, allora è necessario avviare una politica chiara di insediamento lavorativo permanente. Questo non significa trasformare i territori alpini in repliche artificiali delle grandi metropoli, ma riconoscere che possono ospitare funzioni economiche strutturate: sedi operative, studi professionali, servizi avanzati, attività amministrative che non richiedono presenza quotidiana nei centri urbani congestionati. Continuare a considerarli solo luoghi di vacanza significherebbe sottoutilizzare un investimento pubblico significativo. Io credo che il punto sia semplice: se vogliamo giustificare l’impegno finanziario sostenuto, dobbiamo dimostrare che queste aree possono lavorare dodici mesi all’anno. Non solo accogliere, ma produrre. Non solo ospitare eventi, ma generare occupazione stabile. Questa è la linea che deve guidare la fase post-olimpica.
Trasformare questi territori in poli produttivi permanenti non è un’ipotesi. È una scelta organizzativa.
Se vogliamo che le aree interessate dalle Olimpiadi diventino territori produttivi stabili, dobbiamo smettere di considerarle come contesti “alternativi” e iniziare a trattarle come parti integrate del sistema economico regionale. Le infrastrutture realizzate hanno ridotto una parte del divario fisico che separava queste zone dai principali poli urbani. Questo dato cambia la prospettiva. Per anni il limite oggettivo all’insediamento stabile è stato la difficoltà di collegamento e l’incertezza nei tempi di spostamento. Oggi quel limite è stato in parte superato. Ciò che manca non è la struttura materiale, ma una decisione organizzativa. Trasformare un territorio in polo produttivo significa attrarre funzioni economiche continuative: sedi operative, centri di servizio, attività amministrative, progettazione, consulenza, supporto tecnico. Una quota rilevante delle attività contemporanee non richiede prossimità costante a un centro metropolitano, ma richiede affidabilità nei collegamenti e qualità dei servizi. Se queste condizioni esistono, diventa razionale ridistribuire una parte delle funzioni oggi concentrate in ambiti già saturi. Questo non indebolisce Milano; al contrario, ne riduce la pressione strutturale e rafforza l’intero sistema regionale. La trasformazione, tuttavia, non avviene spontaneamente. Occorre un indirizzo chiaro: pianificazione urbanistica coerente, semplificazione nelle destinazioni d’uso per attività professionali, servizi digitali stabili, manutenzione costante delle infrastrutture realizzate. Senza continuità gestionale, anche la migliore opera perde efficacia nel tempo. Io credo che la fase post-olimpica debba essere letta come un momento di transizione: da territori prevalentemente stagionali a territori capaci di sostenere lavoro stabile tutto l’anno. Questo richiede un cambio di mentalità prima ancora che di norme. Le infrastrutture sono già state costruite. Ora bisogna costruire l’ecosistema economico che le renda pienamente operative. Se non facciamo questo passaggio, resteranno strumenti sottoutilizzati. Se lo facciamo, diventeranno base produttiva permanente.
Senza una leva fiscale mirata, la trasformazione resterà teorica.
Le infrastrutture da sole non cambiano un territorio. Creano condizioni. Ma perché quelle condizioni si traducano in insediamento stabile di imprese e professionisti serve un orientamento economico chiaro, e questo passa inevitabilmente anche dalla fiscalità. La Costituzione, all’articolo 119, riconosce alle Regioni autonomia finanziaria nei limiti stabiliti dalla legge statale. Il D.Lgs. 446/1997 disciplina l’IRAP e consente alle Regioni di intervenire sulle aliquote entro margini definiti. La Legge 160/2019 regola l’IMU, attribuendo ai Comuni la possibilità di modulare le aliquote. Non stiamo parlando di poteri straordinari o di misure eccezionali: gli strumenti esistono già nell’ordinamento. La questione è se utilizzarli con un obiettivo territoriale preciso. Se vogliamo che le aree olimpiche diventino poli produttivi permanenti, occorre rendere economicamente conveniente l’insediamento stabile. Questo significa valutare riduzioni selettive dell’IRAP per imprese che trasferiscono funzioni operative continuative in questi territori, modulazioni dell’IMU per immobili utilizzati come sedi professionali integrate con residenzialità stabile, incentivi alla riconversione di strutture esistenti in spazi di lavoro permanenti. Non si tratta di introdurre sussidi indiscriminati, ma di premiare chi contribuisce a rendere queste aree attive dodici mesi all’anno. Senza una leva fiscale coerente, l’inerzia del mercato tenderà a riportare attività e investimenti verso i poli già consolidati. Con una fiscalità calibrata, invece, le infrastrutture realizzate possono diventare un fattore competitivo reale. Io credo che questo sia il passaggio decisivo: l’investimento pubblico già sostenuto deve essere accompagnato da una politica economica che ne massimizzi l’utilizzo. Se costruiamo strade e collegamenti ma non rendiamo conveniente stabilirsi e lavorare in quei territori, avremo fatto solo metà del percorso. La trasformazione da area stagionale a territorio produttivo stabile richiede un quadro fiscale coerente con l’obiettivo. Altrimenti resterà una dichiarazione di principio.
La qualità della vita non è un effetto collaterale. È una leva competitiva.
Se vogliamo che le aree olimpiche diventino territori produttivi permanenti, dobbiamo affrontare un elemento che spesso viene trattato come secondario, ma che in realtà incide direttamente sulle scelte economiche di imprese e professionisti: la qualità della vita. Un territorio capace di offrire connessioni efficienti, servizi essenziali funzionanti, contesto ambientale meno congestionato e costi abitativi più sostenibili non è solo più vivibile; è anche più competitivo. Le grandi aree metropolitane, pur restando motori economici, presentano livelli di pressione abitativa e logistica che incidono sui costi complessivi di impresa e sulla sostenibilità del lavoro quotidiano. Se le infrastrutture realizzate in occasione delle Olimpiadi consentono oggi tempi di collegamento compatibili con l’efficienza produttiva, allora diventa possibile integrare residenzialità stabile e attività professionale in territori che fino a ieri erano percepiti come marginali o esclusivamente turistici. Questo non significa promuovere un modello isolato o autosufficiente, ma costruire una rete territoriale più equilibrata. La Costituzione, all’articolo 44, richiama la valorizzazione delle zone montane; la Legge 158/2017 sostiene i piccoli comuni anche nella prospettiva di garantire servizi e contrastare lo spopolamento. Per anni queste norme si sono scontrate con limiti infrastrutturali evidenti. Oggi una parte di quei limiti è stata ridotta. La qualità della vita può quindi diventare fattore attivo di attrazione di competenze e insediamenti stabili. Se un professionista o un’impresa possono operare con efficienza senza dover sostenere i costi di congestione tipici delle grandi città, la scelta di stabilirsi in territori meglio collegati diventa razionale, non ideologica. Io credo che questo sia uno dei passaggi più importanti della fase post-olimpica: utilizzare l’investimento infrastrutturale per costruire non solo nuove opere, ma nuove condizioni di equilibrio tra lavoro e vita. Senza questa prospettiva, le aree interessate resteranno contesti stagionali migliorati. Con questa prospettiva, possono diventare territori produttivi permanenti, capaci di lavorare dodici mesi all’anno.
Milano resta il motore. Ma il sistema deve allargarsi.
Milano continuerà a essere il principale polo economico della Lombardia. Nessuna strategia seria può prescindere da questo dato. La città ha una densità produttiva, finanziaria e professionale che rappresenta un vantaggio competitivo consolidato. Tuttavia, proprio perché è un motore, non può essere caricata di tutto. La pressione immobiliare, i costi di insediamento, la congestione logistica e la saturazione infrastrutturale sono fattori che incidono direttamente sulla competitività complessiva. Le infrastrutture potenziate in occasione delle Olimpiadi hanno dimostrato che la Lombardia può funzionare come rete, non solo come centro. Questo passaggio è decisivo. Se le aree olimpiche vengono integrate stabilmente nel circuito produttivo regionale, il sistema si rafforza; se restano periferiche rispetto al flusso economico ordinario, la concentrazione si riprodurrà inevitabilmente. Non si tratta di spostare il baricentro, ma di distribuirlo. Una parte delle funzioni economiche oggi concentrate può operare efficacemente in territori meglio collegati, con costi inferiori e condizioni ambientali più sostenibili. Questo non indebolisce Milano, ma ne preserva l’efficienza. In un sistema economico moderno, la competitività non dipende soltanto dalla dimensione del centro principale, ma dalla qualità delle connessioni tra i nodi della rete. Le Olimpiadi hanno creato o accelerato collegamenti che ora devono essere utilizzati in modo continuativo. Se queste aree diventano sedi stabili di attività produttive e professionali, il sistema regionale acquisisce resilienza e flessibilità. Se restano legate a una funzione episodica, l’investimento pubblico non verrà sfruttato pienamente. Io credo che la fase post-olimpica debba essere guidata da un principio semplice: rafforzare Milano alleggerendola, e rafforzare i territori integrandoli. Non è una scelta alternativa tra centro e periferia; è una scelta di equilibrio strutturale. E questo equilibrio è possibile solo se le infrastrutture realizzate vengono considerate parte di una rete economica stabile, non un episodio legato a un grande evento.
Le Olimpiadi non devono lasciare solo impianti. Devono lasciare territori che lavorano tutto l’anno.
Il 22 febbraio si chiuderà un evento. Ma il 2026 non può chiudersi con l’evento. Se le aree coinvolte torneranno a essere identificate prevalentemente come destinazioni stagionali, avremo mancato l’obiettivo più importante. Abbiamo investito risorse pubbliche, abbiamo accelerato opere, abbiamo dimostrato di saper organizzare un appuntamento internazionale complesso. Tutto questo non può tradursi in una fotografia ben riuscita da archiviare. Deve diventare una scelta di modello. Le infrastrutture realizzate hanno ridotto distanze, migliorato accessibilità, reso più efficiente la connessione tra territori e centro. Ora devono sostenere insediamenti produttivi stabili, lavoro continuativo, presenza professionale permanente. Non basta attrarre visitatori; occorre attrarre attività economiche che restano. Non basta ospitare competizioni; occorre ospitare imprese, studi, funzioni amministrative, servizi che operano dodici mesi all’anno. Questo è il passaggio che trasforma un investimento in sviluppo. Se le opere restano legate all’evento, l’impatto sarà limitato nel tempo. Se diventano piattaforme operative permanenti, l’impatto sarà strutturale. Io credo che la responsabilità della fase post-olimpica sia esattamente questa: utilizzare ciò che è stato costruito per riequilibrare il territorio, alleggerire le aree congestionate, valorizzare le zone montane e periferiche come parti attive dell’economia regionale. Non è una scelta contro qualcuno; è una scelta a favore di un sistema più equilibrato. Le Olimpiadi sono state una prova organizzativa. Ora serve una prova di visione. E la visione è semplice: le aree olimpiche non devono tornare a essere solo montagne da weekend. Devono diventare territori che lavorano, producono e vivono tutto l’anno. Se faremo questo, il 2026 non sarà ricordato per le cerimonie, ma per l’inizio di una trasformazione concreta.











