Con provvedimento del 3 settembre 2026 il Garante per la protezione dei dati personali ha dichiarato illecito il trattamento effettuato tramite telecamere installate negli spogliatoi di una piscina gestita da ASIS Trento e ha applicato una sanzione amministrativa di 8.000 euro. Le telecamere inquadravano gli armadietti e non cabine, docce o servizi igienici, ma il Garante ha comunque rilevato la particolare aspettativa di riservatezza che caratterizza l’area. Il caso è rilevante per tutte le imprese e le strutture aperte al pubblico che utilizzano sistemi di videosorveglianza.
La finalità di sicurezza non rende automaticamente lecita ogni ripresa
È questo il primo principio operativo che emerge dal caso. Proteggere beni, prevenire furti o garantire sicurezza può essere una finalità legittima, ma non autorizza a installare telecamere in qualunque punto e con qualunque angolo di ripresa. Ogni impianto deve essere valutato rispetto al contesto concreto, alla necessità e alla proporzionalità.
Uno spogliatoio è un ambiente in cui le persone si aspettano un livello di riservatezza più elevato rispetto a un ingresso, un parcheggio o una zona di passaggio. Anche quando l’inquadratura non comprende docce o cabine, il semplice fatto di riprendere un’area destinata al cambio di abiti rende necessario un livello di attenzione molto più alto.
Il cartello informativo non risolve il problema alla radice
Un errore frequente è pensare che la presenza dell’informativa renda automaticamente conforme il trattamento. L’informativa è necessaria, ma non sostituisce la valutazione sulla liceità, sulla necessità e sulla minimizzazione. Prima viene la domanda “posso e devo realmente riprendere questa area?”, poi vengono gli adempimenti informativi.
Se la ripresa è sproporzionata rispetto alla finalità, un cartello corretto non basta a trasformarla in un trattamento lecito. La compliance privacy non nasce dalla segnaletica, ma dalla progettazione dell’impianto.
Necessità e proporzionalità devono essere documentate
Per un’impresa o un gestore è utile formalizzare le ragioni per cui ogni telecamera è stata installata. Quale rischio copre? Esiste un’alternativa meno invasiva? L’angolo di ripresa è limitato al necessario? La registrazione è davvero indispensabile? I tempi di conservazione sono coerenti con la finalità?
Rispondere a queste domande prima dell’installazione riduce il rischio di dover giustificare ex post un impianto già operativo. Quando le aree sono particolarmente sensibili, la valutazione deve essere ancora più rigorosa.
La posizione della telecamera conta quanto la tecnologia utilizzata
Spesso l’attenzione viene concentrata su risoluzione, tempi di registrazione o sistema di archiviazione. Ma uno degli elementi più importanti è banalmente dove la telecamera guarda. Una telecamera tecnicamente sicura può essere giuridicamente problematica se riprende un’area non necessaria o particolarmente riservata.
Per questo è utile predisporre una mappa dell’impianto con posizione, campo visivo, finalità, base giuridica e tempo di conservazione. Questo documento rende più semplice individuare sovrapposizioni, aree a rischio e telecamere che potrebbero essere eliminate o riposizionate.
La tutela dei lavoratori deve essere verificata separatamente
Quando le telecamere possono riprendere lavoratori, entrano in gioco anche regole ulteriori rispetto alla disciplina privacy. La presenza di personale nell’area richiede quindi un controllo specifico sulla disciplina applicabile e sugli eventuali adempimenti necessari.
Questo passaggio non va confuso con l’informativa privacy. Sono piani distinti che devono essere verificati entrambi. Un impianto può avere una finalità di sicurezza, ma deve comunque essere coerente con tutte le regole che riguardano persone, lavoratori e trattamento dei dati.
Quando serve una valutazione più strutturata
In contesti ad alto rischio o con aree caratterizzate da elevata aspettativa di riservatezza, una valutazione documentata può essere necessaria per dimostrare che l’impianto è stato progettato con criteri di minimizzazione. In alcuni casi può essere opportuno valutare anche una DPIA, cioè una valutazione di impatto sulla protezione dei dati.
L’obiettivo non è produrre carta, ma dimostrare che le scelte sono state ragionate prima dell’installazione e non giustificate dopo un problema.
L’errore da evitare: installare prima e valutare dopo
È probabilmente l’errore più costoso. Una telecamera viene installata per risolvere un problema concreto, poi solo successivamente ci si chiede se la posizione, l’inquadratura e la conservazione siano compatibili con la normativa. Il metodo corretto è l’opposto: prima si valuta il rischio, poi si progetta l’impianto.
Una checklist per imprese e gestori
Il controllo dovrebbe comprendere almeno questi passaggi: censimento di tutte le telecamere, individuazione delle aree a elevata riservatezza, verifica della finalità, base giuridica, necessità e proporzionalità, controllo dell’informativa, verifica dei tempi di conservazione e delle regole applicabili ai lavoratori. Ogni decisione rilevante dovrebbe essere documentata.
Dalla sanzione alla prevenzione
Gli 8.000 euro di sanzione sono il dato che attira l’attenzione, ma la lezione più utile è organizzativa. Una videosorveglianza corretta nasce da una mappa dei rischi e da una progettazione coerente con il contesto. Più l’area è sensibile, maggiore deve essere la cautela.
Per una PMI o una struttura aperta al pubblico il controllo preventivo costa meno di una correzione tardiva. Rimuovere o riposizionare una telecamera non necessaria può essere una scelta più efficace che tentare di giustificarla successivamente.
Fonte primaria
Garante per la protezione dei dati personali
Provvedimento del 3 settembre 2026
Verificato il 21 settembre 2026.
Contenuto informativo Conflombardia. Per la valutazione di casi concreti e per gli adempimenti applicabili occorre fare riferimento alla normativa vigente e alla documentazione ufficiale del Garante.











