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Economia italiana a due velocità: dove reggono davvero le PMI

19 Gen, 2026

Settori, modelli organizzativi e scelte che fanno la differenza nel nuovo ciclo economico


Un’economia che non rallenta tutta insieme

Quando si parla di rallentamento dell’economia italiana, il rischio principale è trattarla come un blocco omogeneo. In realtà il Paese sta attraversando una fase di forte differenziazione, in cui settori, territori e modelli di impresa reagiscono in modo molto diverso agli stessi stimoli macroeconomici. Alcune aree mantengono livelli di attività stabili, altre rallentano progressivamente, altre ancora entrano in una fase di riconfigurazione profonda. Questa frammentazione non è casuale, ma il risultato dell’interazione tra fattori esterni – costo del credito, volatilità energetica, incertezza geopolitica – e fattori interni, come struttura organizzativa, posizionamento di mercato e qualità della gestione. Le PMI avvertono questa dinamica in modo diretto: non tutte vedono calare gli ordini, ma molte faticano a trasformare il fatturato in redditività. In alcuni casi la domanda è presente, ma i margini non reggono; in altri, la domanda stessa diventa intermittente e imprevedibile. Questo rende inefficaci le letture semplicistiche basate su indicatori generali. Per chi fa impresa, la questione centrale non è stabilire se l’economia stia andando “bene” o “male”, ma comprendere in quale segmento di questa economia a due velocità si colloca la propria azienda. Senza questa consapevolezza, il rischio è adottare decisioni difensive o attendiste che finiscono per peggiorare la posizione competitiva. L’attuale contesto richiede invece un’analisi più fine, capace di distinguere tra rallentamento ciclico e cambiamento strutturale, tra difficoltà temporanee e segnali di un modello che non funziona più.

Settori resilienti e settori sotto pressione

Osservando l’economia italiana, emergono con chiarezza alcune aree di resilienza. Le filiere manifatturiere ad alto contenuto tecnico, la meccanica specializzata, l’automazione, alcune nicchie dell’agroalimentare e i servizi alle imprese legati a competenze specifiche continuano a mostrare domanda. Non sempre crescono, ma mantengono continuità. Al contrario, i settori più dipendenti da consumi discrezionali interni, da prezzi energetici elevati o da modelli di business poco differenziati subiscono una pressione crescente. Tuttavia, fermarsi a questa lettura settoriale sarebbe riduttivo. All’interno dello stesso comparto convivono imprese che tengono e imprese che arretrano. La differenza sta nella capacità di gestire costi, relazioni commerciali e flussi finanziari. Chi ha costruito nel tempo un portafoglio clienti equilibrato, con rapporti stabili e condizioni contrattuali chiare, soffre meno. Chi ha investito in efficienza operativa e controllo dei processi assorbe meglio gli shock. Al contrario, chi ha basato la competitività solo sul prezzo si trova oggi schiacciato tra costi crescenti e clienti che resistono agli aumenti. Questa selezione non è immediata, ma progressiva: prima si riducono i margini, poi aumenta il ricorso al credito a breve, infine si comprimono investimenti e manutenzioni. Riconoscere per tempo di essere in un settore o in una posizione più esposta consente di intervenire prima che la situazione diventi critica. Il problema è che molte PMI continuano a leggere il proprio mercato con strumenti vecchi, basati su confronti storici che non tengono conto del cambio di ciclo. In un’economia a due velocità, il rischio non è solo perdere fatturato, ma restare agganciati a un modello che non funziona più.

Margini, non fatturato: il vero indicatore di salute

Uno degli errori più diffusi nella lettura dell’andamento economico è concentrarsi sul fatturato. In una fase di inflazione e volatilità, il fatturato può crescere anche mentre la redditività peggiora. Per molte PMI, il problema non è “vendere meno”, ma vendere senza guadagnare. L’aumento dei costi di produzione, dell’energia, della logistica e del lavoro erode margini che non sempre vengono recuperati nei listini. In alcuni casi, la rincorsa al fatturato diventa addirittura pericolosa: più si lavora, più si consuma liquidità. Questo accade soprattutto quando le condizioni di pagamento sono sfavorevoli o quando si accettano commesse con margini insufficienti pur di “tenere la produzione”. Il controllo di gestione, in questa fase, non è un lusso, ma una necessità. Sapere esattamente quali prodotti, clienti o commesse generano valore e quali no è fondamentale per prendere decisioni consapevoli. Molte imprese scoprono, analizzando i numeri, che una parte significativa del fatturato contribuisce poco o nulla all’utile. Continuare a sostenerla per inerzia significa sottrarre risorse alle attività realmente sostenibili. La pressione sui margini è anche un test sulla capacità di negoziazione: chi riesce a spiegare al cliente perché un aumento è necessario, supportandolo con dati e continuità di servizio, ha più probabilità di essere ascoltato. Chi subisce il mercato, invece, tende a rinviare l’adeguamento dei prezzi, accumulando squilibri. In un contesto selettivo, il margine diventa il primo indicatore di resilienza, molto più del volume.

Il credito torna a essere un fattore discriminante

Dopo un lungo periodo caratterizzato da liquidità abbondante e condizioni favorevoli, il credito è tornato a svolgere un ruolo selettivo. Il costo del denaro è aumentato e il sistema bancario ha ripreso a valutare con maggiore attenzione il profilo di rischio delle imprese. Per le PMI questo significa che l’accesso al credito non può più essere dato per scontato e che la qualità della relazione con la banca diventa un elemento strategico. Non basta dimostrare di aver sempre onorato gli impegni: servono bilanci leggibili, flussi di cassa coerenti e una visione chiara sul futuro dell’azienda. In un contesto di incertezza, gli istituti di credito tendono a premiare le imprese che mostrano capacità di pianificazione e controllo, penalizzando quelle che operano in modo reattivo. Questo non implica una chiusura del credito, ma una maggiore selettività. Il rischio, per molte PMI, è utilizzare il credito come strumento di compensazione di margini insufficienti o inefficienze strutturali. In questi casi, l’indebitamento aumenta senza rafforzare la solidità dell’impresa. Al contrario, il credito può rappresentare una leva positiva quando viene utilizzato per sostenere investimenti mirati, riorganizzazioni operative o transizioni necessarie. Nei prossimi mesi il rapporto con il sistema bancario sarà sempre più legato alla capacità dell’impresa di raccontare se stessa attraverso i numeri e le scelte. Chi arriva preparato, con dati aggiornati e scenari plausibili, avrà maggiore spazio di manovra. Chi rinvia il confronto rischia di subirlo nel momento meno opportuno.


Il fattore organizzativo: perché alcune PMI reagiscono megli

A parità di settore e di condizioni esterne, alcune PMI dimostrano una capacità di adattamento superiore. Questo indica che il fattore organizzativo incide quanto, se non più, del contesto di mercato. Le imprese che hanno strutturato ruoli, responsabilità e processi riescono a individuare più rapidamente le aree di intervento. Sanno dove intervenire sui costi, quali attività proteggere e quali ridimensionare, quali clienti privilegiare e quali rapporti rinegoziare. Al contrario, le organizzazioni più informali, basate su decisioni accentrate e poco documentate, faticano quando la complessità aumenta. In questi casi, ogni variazione esterna genera tensioni interne e rallenta le risposte. La digitalizzazione, spesso evocata in modo generico, assume qui un significato concreto: strumenti gestionali affidabili, dati aggiornati e processi misurabili consentono decisioni più rapide e meno emotive. Anche la gestione delle persone rientra pienamente in questo fattore. In fasi di incertezza, trattenere competenze e mantenere coesione interna diventa essenziale. Le imprese che comunicano in modo chiaro e condividono gli obiettivi reagiscono meglio agli shock. Investire in organizzazione non elimina i rischi, ma li rende gestibili. In un’economia a due velocità, questa capacità di governo interno rappresenta spesso la linea di confine tra chi subisce il cambiamento e chi riesce a orientarlo.


I prossimi mesi: selezione per metodo, non per dimensione

Nei prossimi mesi è probabile che la dinamica di selezione diventi ancora più evidente. Non sarà la dimensione dell’impresa a determinare la capacità di resistere, ma il metodo con cui viene gestita. Piccole realtà ben organizzate possono dimostrarsi più solide di imprese più grandi ma rigide. La pressione su margini, credito e organizzazione costringerà molte PMI a fare scelte che sono state rinviate negli ultimi anni. La pianificazione tornerà centrale, non come esercizio teorico, ma come strumento operativo. Chi saprà definire priorità chiare, proteggere la liquidità e mantenere relazioni di filiera equilibrate avrà maggiori possibilità di continuità. Al contrario, chi continuerà a sperare in un miglioramento spontaneo del contesto rischia di trovarsi senza alternative. L’economia italiana non sta collassando, ma sta cambiando struttura. Questo cambiamento non è indolore e richiede decisioni tempestive. La selezione non avverrà tutta insieme, ma in modo progressivo. Ogni mese perso nel rinviare scelte strutturali riduce il margine di manovra. In questo scenario, la capacità di leggere i segnali deboli e di intervenire prima che diventino evidenti farà la differenza.


Leggere le differenze per orientare le imprese

Conflombardia osserva l’economia italiana partendo da un principio fondamentale: non esistono soluzioni valide per tutte le imprese. Esistono contesti diversi, settori diversi e modelli organizzativi diversi. Il compito di una rappresentanza moderna non è offrire risposte preconfezionate, ma aiutare le imprese a leggere le differenze e a trasformarle in criteri decisionali. In una fase a due velocità, l’informazione utile è quella che consente all’imprenditore di capire dove si trova e quali leve può realmente azionare. Conflombardia lavora per questo obiettivo: fornire analisi sobrie, strumenti di orientamento e occasioni di confronto tra pari. Non per alimentare allarmismi, ma per favorire scelte consapevoli. La competitività, oggi, non dipende solo dal mercato, ma dalla capacità di interpretarlo. Ed è su questa capacità che si gioca il futuro di molte PMI. Offrire chiarezza, metodo e visione significa tutelare la possibilità stessa di fare impresa in un contesto complesso e selettivo.

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