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Non esiste equilibrio tra vita e lavoro quando manca il coraggio della responsabilità

1 Feb, 2026

La favola del confine: quando separare vita e lavoro diventa un alibi

Quando arriva la domenica, nei miei post condivido spesso riflessioni che riguardano allo stesso tempo la mia vita personale e quella lavorativa. Non lo faccio per costruire un personaggio, né per cercare consenso facile. Lo faccio perché, con il tempo, ho maturato una convinzione che oggi considero difficilmente confutabile: il confine tra vita e lavoro, così come viene raccontato, nella maggior parte dei casi non esiste davvero. Esiste piuttosto una narrazione comoda, rassicurante, che permette di separare le responsabilità invece di assumerle.

Molti sostengono con forza che sia necessario “staccare”, dividere nettamente ciò che si è da ciò che si fa. In teoria suona bene. Nella pratica, però, questa separazione è spesso una finzione. Perché i valori non si accendono e si spengono a comando. Il senso del dovere non cambia a seconda dell’orario. L’etica personale non può essere confinata in una fascia oraria o in una descrizione di ruolo. Se una persona è superficiale, incoerente o irresponsabile nella vita, difficilmente sarà rigorosa e affidabile nel lavoro. E vale anche il contrario.

Questa distinzione artificiale viene difesa soprattutto da chi ha bisogno di giustificare comportamenti contraddittori: essere rigorosi a parole e distratti nei fatti, pretendere impegno dagli altri senza metterlo in prima persona, rivendicare diritti senza accettare doveri. Separare vita e lavoro, in questi casi, diventa un alibi culturale. Una scappatoia per non rispondere fino in fondo delle proprie azioni.

Quando poi si ricoprono ruoli che hanno un impatto reale su persone, imprese, territori, questa separazione diventa non solo falsa, ma pericolosa. Perché significa accettare l’idea che le decisioni prese “nel lavoro” non abbiano conseguenze sulla comunità, e che ciò che accade “nella vita privata” non influenzi il modo in cui si esercita una funzione pubblica o associativa. È un’illusione che genera danni silenziosi, accumulati nel tempo.

Io ho sempre pensato il contrario: ciò che faccio nel lavoro è una diretta estensione di ciò che sono come persona. Non perché io sia speciale, ma perché non vedo alternative credibili. La coerenza non è una virtù astratta, è una disciplina quotidiana. E richiede fatica, autocritica, verifica continua. Richiede anche di accettare che le proprie scelte vengano osservate, discusse, talvolta contestate.

È per questo che non mi sorprende, né mi infastidisce, quando queste riflessioni generano reazioni, commenti, talvolta attriti. Il confronto fa parte del percorso. Ma preferisco un confronto vero, anche scomodo, piuttosto che una pacificazione artificiale costruita su slogan rassicuranti. Perché senza responsabilità non esiste comunità. E senza comunità, né la vita né il lavoro hanno davvero senso.

La conferma non è un traguardo: è una verifica di metodo

La conferma a un ruolo, soprattutto quando riguarda una responsabilità ampia e proiettata nel tempo, viene spesso raccontata come un punto di arrivo. Un riconoscimento, una legittimazione, talvolta persino una consacrazione personale. Io l’ho sempre vissuta in modo opposto. Una conferma non è un traguardo, ma una verifica. Non misura ciò che prometti di fare, ma ciò che hai già fatto. E soprattutto ciò che hai già preparato senza clamore, prima ancora di chiedere fiducia.

Quando, durante l’Assemblea Generale di Conflombardia, sono stato prima confermato membro del Consiglio e poi chiamato a ricoprire il ruolo di Segretario Generale per il quinquennio 2026–2030, ho avuto una sensazione molto chiara: se in quel momento non avessi già avuto una visione strutturata, un percorso definito, una serie di progetti pronti sul tavolo, avrei tradito prima di tutto il mio modo di intendere la responsabilità. Non si chiede a una comunità di affidarti un ruolo se non hai già dimostrato, nei fatti, di sapere dove stai andando.

Candidarsi “per vedere cosa succede” è una pratica diffusa, ma è una pratica che produce organizzazioni fragili. Le idee improvvisate dopo la nomina, i programmi scritti a posteriori, le strategie costruite per giustificare una posizione acquisita sono il segnale più evidente di un approccio centrato sull’ego e non sul servizio. Io ho sempre ritenuto che il percorso corretto fosse l’esatto contrario: prima si costruisce, poi – se c’è coerenza – si chiede di poter servire in modo più ampio.

Questo non significa avere tutte le risposte, né pretendere di controllare ogni variabile. Significa però avere chiaro il metodo. Sapere quali sono i pilastri non negoziabili, quali i rischi già individuati, quali le trasformazioni necessarie anche quando risultano scomode. Un’organizzazione seria non cresce per entusiasmo momentaneo, ma per continuità, disciplina e capacità di leggere il contesto prima che diventi emergenza.

In questi mesi, e ancor più nei prossimi anni, verranno presentate molte novità, nuovi progetti, strumenti e percorsi di valore. Qualcuno potrebbe leggerli come “iniziative del nuovo corso”. In realtà, gran parte di quel lavoro esisteva già prima. È stato pensato, testato, corretto, spesso in silenzio. Perché chi ha davvero a cuore una struttura sa che la preparazione non fa notizia, ma l’improvvisazione sì. E quasi sempre in senso negativo.

Accettare una conferma significa anche accettare un livello di esposizione più alto. Significa sapere che ogni scelta verrà letta non solo per ciò che produce, ma per ciò che rappresenta. E questo richiede una coerenza ancora maggiore tra ciò che si dichiara e ciò che si pratica. È un peso, certo. Ma è un peso che considero parte integrante del ruolo, non un fastidio da evitare.

Per questo continuo a pensare che una conferma non debba mai essere vissuta come una gratificazione personale. È piuttosto un momento di controllo severo: del metodo, della visione, della capacità di stare dentro la complessità senza rifugiarsi negli slogan. Ed è da qui che nasce la domanda successiva, forse la più difficile: il valore che stiamo costruendo viene davvero compreso e condiviso, o resta confinato a chi guida?

Il valore non si proclama: o viene trasferito davvero, o resta un’etichetta

Più aumenta il livello di responsabilità, più cresce una domanda che considero inevitabile e, allo stesso tempo, scomoda: il valore che rappresento viene davvero trasferito, oppure viene solo dichiarato? È una domanda che mi pongo spesso osservando le persone con cui collaboro, i progetti che crescono, le strutture che si consolidano. Non perché manchi l’impegno, ma perché il rischio più grande per qualsiasi organizzazione non è l’assenza di lavoro, bensì la presenza di lavoro privo di comprensione profonda.

In molte realtà associative, sindacali, istituzionali, il valore viene raccontato come uno slogan. Si ripete il nome, si richiamano i principi, si citano i documenti fondativi. Ma poi, nella pratica quotidiana, ciò che guida le azioni è altro: abitudine, automatismo, convenienza, talvolta semplice imitazione di ciò che “si è sempre fatto”. In questi casi il valore resta in superficie. Viene riconosciuto a parole, ma non interiorizzato. E quando un valore non viene interiorizzato, non orienta le scelte nei momenti difficili, quelli in cui non basta seguire una procedura.

È qui che nasce il mio dubbio ricorrente: ho davvero trasferito il senso profondo di ciò che stiamo costruendo, oppure ho trasferito solo ruoli, incarichi, strumenti? Perché la differenza è enorme. Trasferire un ruolo significa dire a qualcuno cosa deve fare. Trasferire un valore significa far capire perché lo fa, anche quando nessuno lo guarda. Ed è su questo piano che si misura la solidità di un’organizzazione nel tempo.

Osservo spesso persone molto operative, disponibili, presenti. Ma mi chiedo: stanno applicando un metodo o stanno semplicemente eseguendo? Stanno facendo proprie le logiche, oppure stanno replicando schemi? Non è una critica, è una constatazione che vale per qualsiasi sistema complesso. Se il valore non passa davvero, l’organizzazione diventa dipendente da chi la guida. Funziona finché c’è controllo diretto, ma rallenta, si irrigidisce o si frammenta non appena quel controllo si allenta.

Per questo motivo sento sempre più forte la necessità di verificare, controllare, rimettere mano anche a progetti già avviati. Non per sfiducia verso le persone, ma per rispetto verso il valore stesso. Un valore autentico non teme di essere messo alla prova. Al contrario, ha bisogno di essere continuamente tradotto in comportamenti concreti, adattato ai contesti, spiegato più volte, anche quando sembra evidente.

C’è poi un altro aspetto, ancora più delicato. Quando il valore non viene trasferito in modo chiaro, ognuno tende a riempirlo con la propria interpretazione. Nascono così incoerenze, sovrapposizioni, talvolta conflitti latenti. Tutti pensano di “fare la cosa giusta”, ma ciascuno secondo una bussola diversa. È in quel momento che un’organizzazione smette di essere un sistema e diventa una somma di buone intenzioni non coordinate.

Ed è per questo che considero il trasferimento del valore una responsabilità primaria di chi guida. Non basta costruire strumenti, procedure, progetti. Serve accompagnare le persone nella comprensione del senso. Serve spiegare, ascoltare, correggere. Serve anche accettare che, a volte, il messaggio non sia passato come si credeva. È una forma di autocritica continua, faticosa, ma necessaria.

Perché un valore che resta solo nella testa di chi lo ha pensato non è un valore collettivo. È un’idea isolata. E nessuna organizzazione può permettersi di fondarsi su idee che non diventano patrimonio condiviso. Da qui nasce il bisogno di allargare lo sguardo e affrontare un altro nodo centrale: quello della responsabilità reale, soprattutto quando entra in gioco un tema che tutti invocano ma pochi affrontano senza ipocrisie, la sicurezza.

Sicurezza privata e Stato: quando la realtà smentisce la narrazione ufficiale

C’è un ambito in cui la distanza tra ciò che viene raccontato e ciò che accade davvero è particolarmente evidente, ed è quello della sicurezza. Non della sicurezza evocata nei convegni o nei comunicati, ma di quella concreta, quotidiana, che protegge persone, aziende, infrastrutture, servizi essenziali. Io opero anche in questo settore, come operatore della sicurezza privata, e ogni giorno tocco con mano una contraddizione che nel dibattito pubblico viene spesso rimossa o semplificata fino a diventare irriconoscibile.

Da un lato si continua a sostenere che la sicurezza dello Stato è prerogativa esclusiva dello Stato. È una frase che suona bene, rassicurante, quasi solenne. Dall’altro lato, però, lo Stato stesso affida in modo sistematico parti rilevanti della propria sicurezza ad aziende private. Lo fa negli aeroporti, nelle infrastrutture strategiche, nei siti sensibili, negli eventi complessi. Lo fa perché ne ha bisogno, perché il mondo è cambiato, perché i rischi sono aumentati e diversificati. Ma lo fa spesso senza avere il coraggio di ammettere fino in fondo questa realtà.

Il risultato è un sistema schizofrenico. Le aziende private vengono utilizzate come braccio operativo, ma vengono regolate da norme pensate in un altro tempo, per un altro contesto, con una visione della sicurezza che non tiene conto delle tecnologie, delle minacce e delle responsabilità di oggi. In alcuni casi parliamo di impianti normativi che risalgono a prima ancora della Repubblica, adattati a fatica, stratificati, mai davvero ripensati in modo organico.

Il problema non è, come spesso si sente dire, la formazione. La formazione è necessaria, fondamentale, imprescindibile. Ma non è il nodo centrale. Il nodo vero è culturale e politico: è la concezione stessa del ruolo della sicurezza privata all’interno dello Stato. Finché la si considererà una sorta di “male necessario”, utile ma non legittimato fino in fondo, continueremo ad avere un sistema inefficiente, ipocrita e, in ultima analisi, più fragile.

Nel 2026 non è più sostenibile fingere che la sicurezza privata sia un elemento marginale. È parte integrante del sistema Paese, che lo si voglia o no. Continuare a negarlo significa lasciare operatori, aziende e cittadini in una zona grigia, dove le responsabilità sono elevate ma il riconoscimento è minimo, dove si chiede molto ma si tutela poco, dove si pretende efficienza con strumenti normativi inadeguati.

Questa ipocrisia produce effetti concreti. Genera incertezza operativa, scarica rischi su chi lavora sul campo, crea un clima di sospetto invece di collaborazione. E soprattutto impedisce una vera integrazione tra pubblico e privato, che sarebbe oggi non solo utile, ma necessaria. La sicurezza moderna non è più una funzione isolata, è un sistema complesso che richiede coordinamento, chiarezza di ruoli, norme aggiornate e una visione strategica di lungo periodo.

Quando si evita questo confronto, si fa un danno non alle aziende private, ma allo Stato stesso. Perché uno Stato che utilizza strumenti che non riconosce pienamente è uno Stato che non governa fino in fondo la propria sicurezza. Ed è da qui che nasce un altro cortocircuito, forse ancora più evidente: quello tra tecnologia, prevenzione e una legalità applicata in modo selettivo, che accettiamo quasi senza accorgercene.

Tecnologia, prevenzione e legalità selettiva: quando lo Stato sceglie di non vedere

Viviamo in un’epoca in cui la tecnologia disponibile consentirebbe di prevenire una quantità enorme di rischi prima ancora che si trasformino in emergenze. Lo sappiamo tutti, lo ripetiamo spesso, lo utilizziamo quotidianamente nelle nostre vite private e nelle imprese. Eppure, quando si tratta di applicarla in modo strutturale nei sistemi pubblici, improvvisamente diventa scomoda, controversa, rinviabile. Non perché non funzioni, ma perché costringerebbe a cambiare un paradigma che oggi produce rendite, abitudini e alibi.

Prendiamo un esempio semplice, volutamente concreto: la sicurezza stradale. Esistono tecnologie che permetterebbero di impedire fisicamente il superamento dei limiti di velocità. Non di punirlo dopo, ma di evitarlo prima. Sarebbe prevenzione vera. Eppure non le adottiamo in modo sistemico. Preferiamo accettare che la stragrande maggioranza delle infrazioni non venga rilevata, mentre una percentuale minima produce sanzioni che fanno “cassa”. È un modello che non ha nulla a che fare con la sicurezza, ma molto con la gestione opportunistica del rischio.

Questo schema si ripete in molti altri ambiti. Si invoca la legalità, ma la si applica in modo selettivo. Si accetta che determinati comportamenti scorretti, quando sono diffusi, diventino quasi tollerabili. Salvo poi intervenire in modo duro e simbolico su singoli episodi, spesso più per dare un segnale che per risolvere il problema. È una legalità che arriva dopo, non prima. Una legalità reattiva, non preventiva.

Lo stesso vale per l’ordine pubblico. Assistiamo a manifestazioni violente, devastazioni, aggressioni che rientrano ormai in una sorta di normalità tollerata. Sappiamo già che, nella maggior parte dei casi, le conseguenze penali saranno limitate, diluite nel tempo, spesso inefficaci come deterrente. Ma se un operatore delle forze dell’ordine, trovandosi in una situazione di pericolo reale, dovesse reagire oltre un confine interpretativo, scatterebbe immediatamente l’indagine, l’esposizione mediatica, il sospetto. Anche quando ha agito per difendersi.

Questo doppio standard è devastante. Non solo per chi opera sul campo, ma per la credibilità dell’intero sistema. Perché trasmette un messaggio chiaro, anche se mai dichiarato: il rischio è tollerabile finché non disturba troppo, mentre la responsabilità individuale di chi serve lo Stato viene analizzata al microscopio. È una distorsione che genera frustrazione, disaffezione, senso di abbandono.

Il punto centrale, ancora una volta, non è tecnologico. È politico e culturale. La tecnologia obbliga a scegliere. A decidere se si vuole davvero prevenire o se si preferisce gestire le conseguenze. A decidere se la sicurezza è un valore sostanziale o solo una parola da utilizzare quando serve consenso. Finché queste scelte non vengono fatte in modo chiaro, continueremo a vivere in un sistema che proclama principi elevati ma li applica in modo incoerente.

E questa incoerenza non è neutra. Si accumula nel tempo. E scarica il peso sulle spalle di chi lavora, di chi interviene, di chi garantisce la tenuta quotidiana del sistema. È qui che emerge un’altra realtà spesso rimossa: quella di uno Stato che, in molti ambiti, continua a reggersi grazie a persone che operano oltre il perimetro formale delle norme, spesso senza tutele adeguate. Ed è da qui che il discorso non può che spostarsi su un pilastro silenzioso ma decisivo: il volontariato e la protezione civile.

Volontariato e Protezione Civile: lo Stato che funziona grazie a chi non è previsto davvero

C’è una verità che raramente viene detta in modo esplicito, forse perché metterla nero su bianco costringerebbe a rivedere molte narrazioni ufficiali: una parte significativa dei servizi fondamentali del nostro Paese regge grazie al volontariato. Non come supporto occasionale, non come eccezione virtuosa, ma come elemento strutturale. Protezione civile, emergenze ambientali, grandi eventi, supporto sanitario, servizi sociali. Senza la disponibilità di migliaia di volontari formati, presenti, organizzati, semplicemente molte di queste funzioni non sarebbero garantite in modo tempestivo ed efficace.

Io stesso sono coordinatore di protezione civile e parteciperò, come moltissimi altri volontari, alle Olimpiadi Invernali per garantire prevenzione e sicurezza. Ancora una volta torniamo su quella parola che attraversa tutto questo ragionamento: sicurezza. Ma qui emerge un paradosso evidente. Da un lato celebriamo il volontariato come espressione alta di cittadinanza attiva, dall’altro continuiamo a normarlo come se fosse un accessorio, qualcosa che interviene “in aiuto” e non come parte integrante del sistema di risposta del Paese.

Le leggi, i regolamenti, le procedure spesso raccontano un mondo ordinato, lineare, quasi ideale. Chi opera sul campo sa che la realtà è molto diversa. Sa che in emergenza le decisioni devono essere rapide, coordinate, talvolta prese in condizioni di incertezza totale. Sa che molte norme, pensate per tempi e scenari diversi, diventano rigide, lente, inadatte. E allora si va avanti grazie al buon senso, all’esperienza, alla responsabilità personale di chi si assume il rischio di agire.

È qui che l’ipocrisia diventa sistemica. Perché da un lato lo Stato si affida a queste persone, ne ha bisogno, le convoca, le mobilita. Dall’altro lato non sempre riconosce fino in fondo il valore, il ruolo e il peso reale che il volontariato ha nella tenuta complessiva del sistema. Si accetta che il volontario faccia molto, spesso oltre quanto formalmente previsto, ma si fa fatica a costruire un quadro normativo che rispecchi davvero questa centralità.

Questo squilibrio produce effetti profondi. Genera stanchezza, senso di invisibilità, talvolta anche disillusione. Non perché manchi la motivazione – chi fa volontariato non lo fa per tornaconto personale – ma perché la distanza tra responsabilità assunte e riconoscimento istituzionale diventa evidente. E quando questa distanza cresce, il rischio non è solo quello di perdere volontari, ma di perdere competenze, esperienza, capacità di risposta.

Il punto non è trasformare il volontariato in una professione, né snaturarne lo spirito. Il punto è smettere di fingere che sia marginale. Riconoscerlo per ciò che è: un pilastro reale della sicurezza e della resilienza del Paese. Questo riconoscimento non deve essere solo simbolico, ma tradursi in norme più aderenti alla realtà, in tutele coerenti, in una visione che integri davvero il volontariato nel sistema, anziché appoggiarsi ad esso quando serve e dimenticarlo quando disturba.

Quando si osserva tutto questo insieme – sicurezza privata, tecnologia non utilizzata per prevenire, legalità applicata in modo selettivo, volontariato che regge interi settori – diventa inevitabile porsi una domanda più ampia. Non tecnica, ma politica nel senso più alto del termine. Che tipo di Stato vogliamo essere? E soprattutto, siamo ancora in grado di prendere decisioni adeguate quando il sistema è sotto pressione, oppure restiamo prigionieri di meccanismi che funzionano solo in tempi ordinari? Da qui nasce l’ultima riflessione, forse la più scomoda.

Quando il sistema è bloccato, servono decisioni vere: una riflessione personale senza scorciatoie

Arrivati a questo punto, sento il bisogno di togliere ogni filtro e parlare in modo diretto, personale, senza cercare formule rassicuranti. Tutto ciò che ho scritto finora non nasce da un esercizio teorico, né da una posizione ideologica. Nasce dall’esperienza concreta di chi vive quotidianamente sistemi diversi ma profondamente intrecciati: associazione, lavoro, sicurezza, volontariato, comunità. E più osservo questi mondi, più diventa evidente una verità che facciamo fatica ad ammettere: il nostro sistema istituzionale funziona bene solo quando non è sotto pressione. Appena entra in una fase di tensione reale, mostra tutte le sue crepe.

Oggi l’Italia è intrappolata in un reticolo di leggi, norme, competenze frammentate, centri di potere che spesso non collaborano ma si ostacolano. Non perché manchi la volontà delle persone, ma perché il sistema è stato costruito per un mondo che non esiste più. Continuiamo a governare con strumenti pensati per un’altra epoca, sperando che la realtà si adatti. Ma la realtà non si adatta, si impone. E quando lo fa, emergono tutte le contraddizioni.

Dirò qualcosa che so essere scomodo, e che verrà facilmente frainteso se letto in modo superficiale. Nell’antica Roma, quando la situazione diventava realmente pericolosa, la Repubblica non si rifugiava nella paralisi. Congelava temporaneamente i propri meccanismi ordinari e affidava pieni poteri a figure individuate per riportare ordine e sicurezza, entro tempi e limiti precisi. Non era la negazione della Repubblica, ma il suo strumento di difesa. Perché si era compreso che, in condizioni straordinarie, le procedure ordinarie possono diventare un rischio.

Oggi invece viviamo l’esatto opposto. Anche di fronte a emergenze evidenti, preferiamo restare imprigionati in processi lenti, in rimpalli di responsabilità, in interpretazioni che si contraddicono. Arrestiamo e liberiamo, decidiamo e blocchiamo, invochiamo lo Stato di diritto ma poi puniamo chi lo serve, oppure lo ipertuteliamo fino a renderlo inefficace. È una confusione che non produce equilibrio, ma sfiducia.

Non sto invocando autoritarismi, né scorciatoie pericolose. Sto ponendo una domanda di fondo: siamo ancora in grado di distinguere tra normalità ed emergenza? Siamo capaci di dotarci di strumenti straordinari, temporanei, controllati, per affrontare situazioni straordinarie? O preferiamo rifugiarci nell’ipocrisia di un sistema che, sulla carta, è perfetto, ma nella realtà lascia scoperte intere aree fondamentali?

Io credo che la politica, se vuole tornare ad avere un senso, debba recuperare una visione lunga. Non cinque anni, non una legislatura, ma cinquant’anni. Una visione che metta al centro la comunità, non gli interessi di casta. Che abbia il coraggio di riformare, semplificare, decidere. Anche sapendo che la perfezione non esiste, ma che il caos e l’ipocrisia sono il peggior compromesso possibile.

Scrivo tutto questo non per dare risposte definitive, ma per rifiutare il silenzio comodo. Perché continuo a pensare che vita, lavoro, servizio e politica siano parti della stessa strada. E che chi sceglie di percorrerla non possa permettersi di separare ciò che è, da ciò che fa. Se vogliamo davvero costruire un futuro per le prossime generazioni, dobbiamo smettere di raccontarci che va tutto bene così. E iniziare, finalmente, a prenderci la responsabilità di cambiare davvero.

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