Ci sono momenti nei quali basta osservare ciò che accade attorno a un’azienda per capire quanto siano artificiali molte delle divisioni con cui siamo abituati a leggere i problemi. Una difficoltà può cominciare quasi silenziosamente, magari con qualche ordine che diminuisce, un cliente importante che cambia fornitore, un costo che cresce più velocemente di quanto fosse stato previsto oppure una tecnologia nuova che permette a un concorrente di fare in meno tempo e con meno costi ciò che fino a ieri rappresentava ancora un vantaggio competitivo.
All’inizio, molto spesso, fuori dall’azienda non se ne accorge nessuno.
L’imprenditore prova a reagire, utilizza margini costruiti negli anni, rinvia un investimento, cerca un nuovo mercato, parla con la banca, chiede ai propri collaboratori uno sforzo in più e magari per mesi riesce a mantenere tutto apparentemente invariato. I lavoratori cominciano però a percepire che qualcosa è cambiato molto prima che arrivi una comunicazione formale, perché diminuiscono alcune attività, aumenta l’attenzione sui costi, vengono rinviate sostituzioni o manutenzioni e quel clima che in un’organizzazione si avverte molto prima di riuscire a descriverlo comincia a trasformarsi.
È una situazione che nel mondo del lavoro ho visto ripetersi in forme diverse e che mi ha sempre fatto riflettere su quanto spesso interveniamo quando ormai il problema ha già percorso metà della propria strada.
Arriva un momento nel quale la difficoltà non può più essere gestita soltanto dentro il bilancio. Si comincia a parlare di riduzione delle ore, ammortizzatori, riorganizzazioni, qualche volta di esuberi, e improvvisamente ciò che fino al giorno prima era un problema dell’impresa entra nelle case delle persone che ci lavorano.
Il lavoratore che ascolta quelle parole non pensa necessariamente alla macroeconomia o alla trasformazione del settore. Pensa al mutuo, ai figli, alle spese che arrivano ogni mese e soprattutto prova a capire quanto tempo abbia davanti prima che quella situazione produca una conseguenza concreta sulla propria famiglia. Se ha venticinque anni potrà forse immaginare più facilmente di cambiare strada; se ne ha cinquantacinque, ha trascorso magari trent’anni nello stesso mestiere e vive in un territorio nel quale le aziende che utilizzano quella professionalità sono poche, la stessa notizia avrà un peso completamente diverso.
Nel frattempo anche l’imprenditore si trova davanti a decisioni che raramente sono semplici come appaiono quando vengono commentate da fuori. Può dover scegliere se utilizzare le ultime risorse per provare a rilanciare, se ridurre la struttura per salvare ciò che rimane oppure se fermarsi prima di trasformare una difficoltà aziendale in un problema personale ancora più grave. Nelle piccole e medie imprese, che costituiscono una parte enorme del nostro tessuto produttivo, dietro una società ci sono spesso patrimonio familiare, garanzie personali e anni nei quali il confine tra vita dell’imprenditore e vita dell’impresa è stato molto meno netto di quanto possa apparire leggendo un bilancio.
È proprio in queste situazioni che trovo poco utile trasformare immediatamente tutto in una rappresentazione nella quale da una parte esiste chi deve difendere il lavoro e dall’altra chi deve difendere l’impresa.
Il sindacato deve tutelare i lavoratori e non rinuncerei mai a questa funzione, ma tutelare un lavoratore significa anche capire se esista una possibilità reale di mantenere in vita il lavoro che svolge, quali margini possano esserci per una riorganizzazione, quali competenze debbano essere salvaguardate e quale percorso sia necessario costruire se quella attività, nonostante tutto, non potrà continuare.
Allo stesso modo l’impresa non può chiedere sacrifici alle persone come se il lavoro fosse l’unica variabile disponibile quando qualcosa non funziona, perché se per recuperare qualche punto di costo perde le professionalità che le permettevano di produrre qualità rischia semplicemente di rinviare il problema e di ritrovarselo più grande qualche mese dopo.
È qui che il tempo diventa determinante.
Se tutti cominciano a parlare soltanto quando arriva la lettera di licenziamento o quando la cassa è ormai inevitabile, probabilmente molte delle possibilità che esistevano qualche mese prima non esistono più. Se invece il territorio possiede strumenti capaci di leggere ciò che sta accadendo nei propri settori produttivi, se imprese, associazioni, sindacati e istituzioni riescono almeno in alcuni momenti a mettere insieme informazioni che ciascuno possiede soltanto in parte, la stessa trasformazione può essere affrontata quando esiste ancora qualche margine per decidere.
Non significa salvare artificialmente ogni azienda.
Ci sono imprese che chiudono perché il mercato ha scelto altro, tecnologie che rendono inevitabilmente superati alcuni prodotti e modelli economici che, per quanto possano appartenere alla storia di un territorio, non possono essere mantenuti indefinitamente utilizzando risorse pubbliche. Pensare il contrario significherebbe semplicemente rinviare una trasformazione pagandola sempre più cara.
Ma tra sostenere per sempre ciò che non può più stare in piedi e accorgersi della crisi soltanto quando il cancello viene chiuso esiste uno spazio enorme nel quale la politica, il sindacato, l’impresa e il sistema della formazione potrebbero fare molto di più.
Perché nel momento in cui quell’azienda chiude il problema non rimane lì.
Il primo effetto riguarda naturalmente le persone che perdono il lavoro, ma quasi subito arrivano i fornitori, il piccolo artigiano che lavorava regolarmente per quella produzione, il bar nel quale ogni giorno entravano decine di dipendenti, l’impresa di manutenzione, il trasportatore e una quantità di attività che non comparivano dentro l’organigramma dell’azienda ma che da quella presenza economica ricavavano comunque una parte del proprio reddito.
Se l’azienda è sufficientemente importante per una piccola comunità, anche il Comune se ne accorge. Diminuisce una parte della capacità economica delle famiglie, alcune spese vengono rinviate, qualcuno decide di cercare lavoro altrove e magari dopo qualche anno si sposta anche con la famiglia. Quello che inizialmente era un problema produttivo comincia lentamente a modificare il territorio.
È a quel punto che iniziamo spesso a spendere risorse per affrontarne le conseguenze.
Servono ammortizzatori per proteggere il reddito, formazione per chi deve cambiare professione, servizi per le famiglie che entrano in difficoltà e strumenti di politica attiva per provare a rimettere in relazione persone e imprese. Sono interventi necessari, perché nessuna comunità seria può pensare di lasciare semplicemente una persona da sola davanti a una trasformazione che può cancellare in pochi mesi una stabilità costruita durante anni.
Ma ogni volta che vedo arrivare quella fase mi torna la stessa domanda: quanto avremmo potuto fare prima?
Forse quella professionalità poteva essere aggiornata quando il lavoratore era ancora occupato. Forse un’impresa diversa avrebbe avuto bisogno proprio di quelle competenze se qualcuno avesse conosciuto abbastanza bene il territorio da metterle in relazione. Forse una parte degli investimenti pubblici destinati successivamente a gestire la crisi avrebbe prodotto risultati migliori se utilizzata qualche anno prima per innovazione, formazione o infrastrutture.
Non esiste naturalmente la certezza che avrebbe funzionato.
La politica deve anche accettare che alcune trasformazioni non possano essere governate completamente e che il mercato, qualche volta, arrivi prima di qualsiasi programmazione. Ma questa consapevolezza non può diventare l’alibi per aspettare sempre l’emergenza.
È proprio seguendo una crisi di questo tipo dall’inizio alla fine che diventa evidente quanto lavoro, sicurezza e solidarietà finiscano per entrare nella stessa storia senza che nessuno abbia bisogno di forzarli dentro uno schema.
Prima c’è un lavoro che rischia di scomparire e un’impresa che rischia di non riuscire più a produrlo. Poi arriva l’insicurezza di chi non sa quale sarà il proprio futuro e di un territorio che rischia di perdere una parte della propria capacità economica. Infine serve una comunità capace di sostenere le persone durante quella trasformazione e di evitare, quando possibile, che il sostegno diventi semplicemente il modo con cui amministriamo per anni una perdita che non siamo riusciti a trasformare in una nuova opportunità.
Questa, per me, è la differenza tra osservare un problema da un ufficio e seguirlo mentre attraversa una comunità.
Da un ufficio ciascuno vede la parte che gli compete.
Nella comunità, invece, quelle parti finiscono quasi sempre per arrivare insieme.
Ed è anche il motivo per cui diventa difficile pensare che tutte le decisioni necessarie possano essere prese nello stesso luogo. Una parte appartiene al Comune che conosce il territorio, una parte alla Regione che governa formazione, infrastrutture e sviluppo, altre dipendono dallo Stato e sempre più spesso alcune condizioni vengono decise a livello europeo.
Il problema cambia dimensione, ma continua a riguardare le stesse persone.
È probabilmente da questa osservazione che dobbiamo partire per capire fino a quale livello possa essere portato un modello costruito attorno alla comunità e quanto, cambiando la scala, cambino davvero i problemi che siamo chiamati a risolvere.












