Ci sono persone che per venti o trent’anni lavorano, pagano un mutuo, crescono figli, aiutano magari anche i propri genitori e non immaginano minimamente di poter avere bisogno, un giorno, di qualcuno che faccia per loro ciò che fino a quel momento hanno sempre fatto da sole. Poi succede qualcosa che non era stato programmato e che quasi mai arriva nel momento giusto: un’azienda chiude, una malattia cambia improvvisamente l’organizzazione familiare, un genitore perde autonomia, un incidente interrompe un lavoro oppure semplicemente alcuni problemi si sommano fino a rendere fragile un equilibrio che sembrava solido.
È in quei momenti che molte delle parole utilizzate nei convegni diventano improvvisamente concrete.
La persona che fino al mese prima non aveva mai aperto la porta di un servizio sociale, non aveva mai chiesto un sostegno e forse guardava perfino con una certa distanza chi ne aveva bisogno, si trova a dover capire quali strumenti esistano, a chi rivolgersi e soprattutto quanto tempo riuscirà a reggere prima che quella difficoltà inizi a modificare tutto il resto della propria vita.
L’ho visto succedere più volte e quasi sempre mi ha colpito la velocità con cui cambia la prospettiva.
Quando perdi un lavoro non perdi soltanto lo stipendio del mese successivo. All’inizio utilizzi quello che hai messo da parte, rinvii alcune spese, pensi che la situazione durerà poco. Poi i mesi passano, le risposte non arrivano, una parte delle competenze che possiedi magari non trova più lo stesso spazio e lentamente ciò che avevi considerato un incidente temporaneo comincia a diventare una nuova condizione.
È lì che la comunità dovrebbe arrivare prima che quella condizione diventi definitiva.
Naturalmente serve una protezione economica, perché raccontare a una persona che deve semplicemente rimboccarsi le maniche mentre non riesce più a pagare affitto, mutuo o bollette sarebbe soltanto cinismo travestito da responsabilità. Ma nello stesso momento qualcuno dovrebbe anche cominciare a capire cosa quella persona sa fare, cosa potrebbe ancora fare, quali competenze debba aggiornare, quali imprese abbiano bisogno di quel profilo e soprattutto quanto tempo abbiamo prima che il mercato del lavoro inizi a considerarla sempre più difficile da ricollocare.
La differenza, spesso, sta proprio nel tempo.
Un sostegno che permette di respirare per alcuni mesi può evitare che una difficoltà economica produca debiti, tensioni familiari e scelte sbagliate dettate dall’urgenza. Se però durante quello stesso periodo non accade nient’altro, il giorno in cui quel sostegno termina ci ritroviamo quasi esattamente nello stesso punto, soltanto qualche mese più avanti.
Ed è qui che per me la solidarietà acquista un significato molto concreto.
Non nel semplice trasferimento di una risorsa, che in alcuni momenti rimane indispensabile, ma nella capacità di utilizzare quel tempo per impedire che una persona perda progressivamente anche tutto ciò che potrebbe permetterle di ripartire.
Poi esistono situazioni completamente diverse, e sarebbe sbagliato volerle infilare nello stesso schema.
Un anziano che perde autonomia non deve essere “ricollocato”. Una persona con una disabilità importante non può essere misurata attraverso la stessa idea di autosufficienza che utilizziamo per un adulto in piena capacità lavorativa. Una famiglia che affronta una malattia lunga non ha bisogno che qualcuno le spieghi che deve diventare più responsabile, perché molto spesso sta già facendo molto più di quanto dovrebbe essere ragionevole chiedere a una famiglia.
In questi casi la solidarietà cambia forma.
Diventa assistenza, presenza, continuità, possibilità di sapere che il peso non ricadrà interamente su una moglie, un marito, una figlia o un figlio che magari, per poter assistere qualcuno, deve ridurre il proprio lavoro, rinunciare a parte del reddito e modificare completamente l’organizzazione della propria vita.
Ed è proprio lì che mi accorgo ancora una volta di quanto le nostre categorie amministrative siano lontane da ciò che succede davvero.
Sulla carta abbiamo una persona fragile e un caregiver. Nella vita reale abbiamo spesso due persone coinvolte: una che ha bisogno di assistenza e un’altra che, per garantirgliela, rischia di indebolire il proprio lavoro, il proprio reddito, la propria salute e, dopo qualche anno, perfino la propria autonomia.
Il problema sociale è già diventato un problema di lavoro.
E se quella famiglia comincia a consumare risparmi, riduce ore lavorate o deve acquistare servizi privati perché quelli disponibili non riescono a coprire realmente il bisogno, è diventato anche un problema di sicurezza economica.
È questo che mi interessa quando parlo di solidarietà dentro una comunità.
Non una gara a chi distribuisce più risorse e nemmeno una società nella quale ciascuno viene lasciato solo fino al momento in cui non ce la fa più.
Mi interessa un sistema capace di vedere prima.
Capace di capire che dietro una richiesta economica può esserci una difficoltà lavorativa, che dietro un’assenza continua dal lavoro può esserci una famiglia che non riesce più a gestire un anziano, che dietro una persona apparentemente disoccupata può esserci una professionalità ancora utilizzabile se qualcuno interviene abbastanza presto.
E in questo sistema non penso soltanto allo Stato.
Ci sono Comuni, servizi sanitari, sindacati, associazioni, volontariato, famiglie, imprese e una quantità enorme di realtà che ogni giorno incontrano pezzi differenti della stessa persona. Il problema nasce quando ciascuno conosce soltanto il pezzo che arriva davanti alla propria porta e nessuno riesce ad avere una visione sufficientemente completa della situazione.
Non penso affatto che il volontariato debba sostituire ciò che deve garantire il pubblico, così come non penso che il sindacato possa diventare un servizio sociale o che un’impresa debba assumersi responsabilità che appartengono alle istituzioni. Ma ho visto abbastanza situazioni per sapere che quando questi mondi non comunicano tra loro la persona è costretta a ricominciare ogni volta da capo, raccontando lo stesso problema a soggetti diversi che possiedono ciascuno una parte della risposta.
Qualche volta servirebbe semplicemente qualcuno capace di mettere insieme quei pezzi.
Ed è forse questa una delle cose che dovremmo iniziare a misurare quando valutiamo la qualità delle politiche sociali: non soltanto quante prestazioni abbiamo erogato, ma cosa è successo alla persona dopo che quelle prestazioni sono arrivate.
Se qualcuno ha attraversato una difficoltà, è stato sostenuto e dopo un anno è tornato a lavorare, a decidere della propria vita e a non avere più bisogno dello stesso sostegno, quella comunità ha probabilmente utilizzato bene le proprie risorse.
Se invece, dopo anni, continuiamo semplicemente a rinnovare lo stesso intervento senza che nulla sia cambiato, forse la domanda non deve essere se abbiamo speso troppo o troppo poco. Dovremmo chiederci se abbiamo realmente capito quale problema stavamo cercando di risolvere.
E quando la persona non potrà mai tornare completamente autonoma, allora la domanda cambia ancora.
Diventa capire quanto possiamo renderla comunque libera di scegliere, partecipare, muoversi, lavorare quando possibile e non essere ridotta alla propria fragilità. E contemporaneamente quanto possiamo evitare che chi le sta vicino venga trascinato nella stessa condizione soltanto perché il sistema non è riuscito a costruire abbastanza servizi intorno a loro.
Questo, per me, è uno dei punti nei quali si misura davvero una comunità.
Non quando tutto funziona e ciascuno può permettersi di vivere pensando soltanto ai propri problemi, ma quando qualcuno rallenta, cade o semplicemente non riesce più a camminare allo stesso ritmo degli altri e dobbiamo decidere cosa fare.
Possiamo limitarci a mantenerlo esattamente dove si trova oppure provare, quando le condizioni lo consentono, a ricostruire intorno a lui la possibilità di tornare a scegliere.
E proprio osservando queste situazioni diventa difficile continuare a pensare che lavoro, sicurezza e solidarietà possano essere amministrati come tre mondi distinti.
Perché quando una persona entra davvero in difficoltà, quasi sempre li porta tutti e tre nello stesso momento.












