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AZZERARE TUTTE LE TASSE E TUTTI I COSTI

21 Set, 2026

SAREBBE DAVVERO LA SOLUZIONE?

La notizia impossibile sulla quale, forse, riusciremmo finalmente a essere tutti d’accordo

Immaginiamo per un momento di aprire domani mattina un giornale e trovare una notizia tanto semplice quanto impossibile: azzerate tutte le tasse, cancellati bolli, accise, imposte, contributi e costi che, direttamente o indirettamente, incidono sulla vita delle famiglie e sull’attività delle imprese. Probabilmente sarebbe una delle poche notizie capaci di raccogliere un consenso quasi generale, anche se temo che qualcuno riuscirebbe comunque a contestarla semplicemente perché annunciata dal Governo o dalla parte politica che non sente propria. Naturalmente è una provocazione, e proprio per questo credo sia utile partire da qui. Nessuno può seriamente immaginare uno Stato senza entrate, perché sanità, sicurezza, scuola, infrastrutture, amministrazione, welfare e pensioni hanno un costo e quel costo deve essere sostenuto. La domanda interessante nasce un istante dopo: siamo tutti pronti a chiedere meno tasse, ma siamo altrettanto disponibili a discutere di ciò che lo Stato spende, di come lo spende e di quali interventi siano realmente indispensabili? È relativamente facile trovarsi d’accordo quando si parla di ciò che vorremmo non pagare; diventa molto più difficile quando bisogna decidere insieme ciò che siamo disposti a modificare, razionalizzare oppure, quando necessario, anche a perdere. Ed è precisamente in questa seconda parte del ragionamento che cominciano le differenze, gli interessi e spesso anche le nostre contraddizioni.

Ogni intervento produce un beneficio, ma inevitabilmente lascia qualcuno dall’altra parte della linea

Negli ultimi anni abbiamo visto maggioranze e governi differenti utilizzare strumenti altrettanto differenti per sostenere redditi, lavoro, abitazioni, pensioni, consumi o categorie economiche. Abbiamo conosciuto il cosiddetto bonus degli 80 euro, il Reddito di cittadinanza, il Superbonus 110%, differenti regimi fiscali agevolati, formule pensionistiche come Quota 103 e riduzioni temporanee delle accise sui carburanti. Sono interventi nati in momenti diversi, con obiettivi, costi e risultati differenti, e sarebbe scorretto considerarli tutti uguali o utilizzare questo articolo per stabilire quali siano stati giusti e quali sbagliati. Il punto che mi interessa è un altro: ogni volta che lo Stato sceglie una platea alla quale destinare una risorsa, compie inevitabilmente una selezione. C’è qualcuno che riceve il beneficio e qualcun altro che, pur contribuendo al finanziamento complessivo del sistema, ne rimane escluso. Ed è in quel momento che nasce la contestazione: perché lui sì e io no, perché quella categoria e non la mia, perché quella soglia di reddito, quella situazione familiare, quell’immobile, quel settore o quella generazione. È il limite naturale di qualsiasi intervento selettivo e non significa automaticamente che l’intervento sia sbagliato; significa semplicemente che governare comporta scegliere e che ogni scelta produce conseguenze diverse su persone diverse. Criticare è quindi relativamente semplice, perché basta individuare chi è rimasto escluso; amministrare seriamente è molto più complicato, perché significa indicare una soluzione, trovare le risorse per finanziarla e avere il coraggio di spiegare anche chi non potrà beneficiarne. Le misure richiamate appartengono effettivamente a stagioni normative differenti e con discipline specifiche.

Abbiamo aggiunto così tante eccezioni che qualche volta diventa difficile capire quale sia ancora la regola

Forse uno dei problemi sui quali dovremmo riflettere riguarda proprio il modo con cui abbiamo tentato, negli anni, di correggere le difficoltà del sistema. Davanti a un problema abbiamo introdotto un incentivo, davanti a un altro una detrazione, poi un credito, una soglia, un’esenzione, una deroga e infine una nuova disposizione per correggere gli effetti di quella precedente. Ognuno di questi interventi può avere avuto una propria ragione e molti possono avere prodotto risultati positivi per i destinatari, ma la loro stratificazione genera una conseguenza che non possiamo ignorare: più le regole diventano numerose e complesse, più aumenta la differenza tra chi possiede gli strumenti necessari per comprenderle e utilizzarle e chi invece deve affrontarle quasi da solo. Un’impresa strutturata dispone normalmente di consulenti, professionisti e organizzazioni capaci di individuare opportunità e strumenti previsti dalla legge; una piccola attività, un lavoratore o un cittadino possono invece scoprire un’agevolazione quando è troppo tardi oppure rinunciarvi perché il costo amministrativo necessario per comprenderla supera il beneficio atteso. Questo non significa confondere la pianificazione fiscale legittima con l’evasione, né chiamare “furbo” chi utilizza correttamente ciò che la normativa gli consente. Significa porsi una domanda più difficile: quanto può essere considerato realmente semplice ed equo un sistema nel quale conoscere perfettamente l’eccezione rischia di diventare più importante della comprensione della regola? Probabilmente una parte della vera semplificazione dovrebbe cominciare proprio da qui, evitando di aggiungere continuamente nuove compensazioni a un sistema che avrebbe invece bisogno di maggiore stabilità, leggibilità e prevedibilità.

Tagliare gli sprechi mette tutti d’accordo fino al momento in cui dobbiamo decidere concretamente che cosa sia uno spreco

Quando si parla di riduzione delle tasse esiste una risposta che mette immediatamente tutti d’accordo: eliminiamo gli sprechi. È difficile essere contrari, ma proprio per questo dovremmo smettere di utilizzare quella frase come una soluzione capace di risolvere qualsiasi problema senza indicare nulla di concreto. Uno spreco non scompare perché lo definiamo tale; deve essere individuato, analizzato e misurato. Bisogna comprendere perché una determinata spesa esiste, quale risultato produce, quanto costa ottenerlo e se lo stesso risultato potrebbe essere raggiunto con un’organizzazione differente o con risorse inferiori. Una procedura può essere nata per garantire un controllo necessario e, dopo anni di modifiche, essere diventata una duplicazione che nessuno ha più avuto il coraggio di eliminare. Una struttura può avere avuto una funzione fondamentale in un determinato periodo e necessitare successivamente di una riorganizzazione. Un incentivo può essere stato utile nel momento della sua introduzione e perdere progressivamente efficacia quando cambia il contesto economico. La revisione della spesa dovrebbe quindi essere meno una caccia allo scandalo e più un lavoro continuo di verifica. Perché spendiamo questi soldi? Quale risultato otteniamo? Possiamo raggiungere lo stesso obiettivo in maniera più semplice o meno costosa? Sono domande apparentemente banali, ma diventano molto meno semplici quando la risposta mette in discussione qualcosa che riguarda direttamente noi. Lo spreco degli altri è sempre facile da eliminare; quello che coincide con una nostra comodità, una nostra abitudine o un nostro interesse diventa improvvisamente molto più difficile da riconoscere.

Non possiamo pretendere uno Stato più responsabile continuando a considerare il denaro pubblico come denaro di qualcun altro

Qui la riflessione diventa inevitabilmente più scomoda, perché sarebbe troppo semplice attribuire ogni responsabilità alla politica, alla pubblica amministrazione o a un generico sistema del quale noi cittadini saremmo soltanto vittime. Abbiamo il diritto di pretendere che ogni euro versato venga amministrato con attenzione, che un’autorizzazione non impieghi mesi quando potrebbe richiedere giorni, che le procedure non vengano duplicate senza motivo e che chi assume decisioni risponda delle proprie responsabilità. Ma proprio perché chiediamo tutto questo dobbiamo anche ricordare che il denaro pubblico non è denaro senza proprietario. È il denaro generato dal lavoro, dai consumi e dall’attività economica della collettività. Un servizio utilizzato inutilmente ha un costo, un bene pubblico danneggiato ha un costo, una procedura mantenuta soltanto perché nessuno vuole affrontare il problema ha un costo, così come hanno un costo comportamenti opportunistici che ciascuno di noi condanna con facilità quando vengono praticati dagli altri e tende invece qualche volta a giustificare quando producono un piccolo vantaggio personale. Questo non significa rinunciare ai diritti o ridurre indiscriminatamente i servizi pubblici; al contrario, significa comprendere che proprio per difendere quelli veramente essenziali dobbiamo essere capaci di distinguere meglio tra servizio e abitudine, tra tutela e privilegio, tra necessità e semplice comodità. Uno Stato più responsabile richiede amministratori migliori, certamente, ma richiede anche cittadini che tornino a considerare ciò che è pubblico come qualcosa che appartiene realmente anche a loro.

La politica deve iniziare da se stessa, non perché basti per risolvere i conti ma perché senza esempio qualsiasi sacrificio diventa più difficile da accettare

A questo punto la responsabilità della politica torna inevitabilmente al centro del ragionamento. Sarebbe demagogico sostenere che riducendo qualche indennità, eliminando qualche automobile di servizio o intervenendo su singoli privilegi si possano risolvere da soli i problemi dei conti pubblici. Non è così e fingere il contrario servirebbe soltanto a costruire un titolo facile. Ma esiste un elemento che non compare nei bilanci e che spesso pesa quanto i numeri: la credibilità. Quando si chiede a un’impresa di sopportare un nuovo costo, a un lavoratore di affrontare un cambiamento, a una famiglia di rinunciare a un beneficio o a un’intera comunità di comprendere una scelta difficile, chi assume quella decisione deve dimostrare innanzitutto di applicare a se stesso lo stesso principio di responsabilità che chiede agli altri. Più è alta la funzione ricoperta, maggiore dovrebbe essere la capacità di dimostrare questa coerenza. Non attraverso gesti teatrali di austerità costruiti per una fotografia, ma attraverso comportamenti verificabili e continuativi. Le persone possono comprendere anche decisioni scomode quando vedono che sono motivate, proporzionate e condivise; diventano comprensibilmente molto meno disponibili quando il sacrificio sembra essere sempre necessario per qualcuno e sempre evitabile per qualcun altro. Prima ancora di chiedere ulteriori rinunce, quindi, la politica dovrebbe ricostruire qualcosa che negli anni è diventato sempre più fragile: il diritto morale di chiedere un sacrificio dando per prima l’esempio di come quel sacrificio debba essere affrontato.

Conflombardia non deve limitarsi a denunciare il problema: dobbiamo trasformarlo in un lavoro concreto, misurabile e verificabile

Come Segretario Generale di Conflombardia ritengo che sarebbe troppo semplice terminare questa riflessione chiedendo genericamente alla politica di intervenire. Significherebbe fare esattamente ciò che abbiamo criticato fino a questo momento: individuare il problema e lasciare a qualcun altro la responsabilità di trovare la soluzione. Voglio invece che questa riflessione possa diventare un lavoro concreto di Conflombardia, partendo dalle imprese, dai professionisti, dai lavoratori e dai territori per individuare quelle situazioni nelle quali il costo non deriva dalla normale necessità di contribuire al funzionamento dello Stato, ma da duplicazioni burocratiche, procedure sproporzionate, tempi amministrativi, adempimenti sovrapposti oppure norme talmente complesse da produrre costi maggiori del beneficio che dovrebbero garantire. Non dobbiamo costruire l’ennesimo libro delle lamentele, perché sarebbe molto semplice riempirlo e probabilmente non cambierebbe nulla. Ogni segnalazione dovrà invece essere verificata, documentata e, quando possibile, quantificata; dovremo capire quale problema produce, a chi produce un costo e quale soluzione concreta potrebbe sostituirlo. Da questo lavoro potrà nascere un dossier di Conflombardia capace di portare ai tavoli istituzionali non semplicemente richieste di riduzione, ma proposte accompagnate da numeri e alternative praticabili. Con un vincolo che considero fondamentale anche per noi: non trasformare questa iniziativa nell’ennesima richiesta di un bonus, di un’esenzione o di un vantaggio riservato esclusivamente alla categoria che rappresentiamo. Se chiediamo una riduzione dobbiamo spiegare come renderla sostenibile; se individuiamo un adempimento inutile dobbiamo indicare come sostituirlo; se proponiamo una semplificazione dobbiamo dimostrare che non riduce le tutele necessarie. Perché la responsabilità non consiste soltanto nel dire agli altri cosa dovrebbero cambiare, ma nell’accettare di sottoporre anche le proprie proposte alla stessa verifica che chiediamo allo Stato. Non riusciremo mai a pubblicare seriamente la notizia con la quale ho aperto questa riflessione, “azzerate tutte le tasse e tutti i costi”. Possiamo però lavorare per qualcosa di molto meno spettacolare e, proprio per questo, molto più concreto: fare in modo che cittadini e imprese possano sapere perché pagano, comprendere dove finiscono le risorse che versano e pretendere che, prima di chiedere un euro in più, sia stato fatto tutto il possibile per utilizzare meglio ogni euro che già viene richiesto.

Enrico Bombelli
Segretario Generale – Conflombardia

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