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Capitolo 10. Il futuro non ci verrà consegnato: dovremo dimostrare di essere capaci di costruirlo

22 Ago, 2026

Sono partito da una domanda che, all’inizio, sembrava riguardare soprattutto la politica: perché continuiamo ad ascoltare promesse di cambiamento che, quando incontrano la realtà, finiscono così spesso per produrre risultati molto più piccoli, più lenti o semplicemente diversi da quelli che erano stati annunciati? Sarebbe stato facile fermarsi alla risposta più comune, quella che attribuisce tutto all’incapacità di chi governa, alla distanza delle istituzioni, alla ricerca del consenso o alla debolezza della classe dirigente. Sono elementi reali e sarebbe sbagliato negarli, ma dopo tutto il percorso fatto fino a qui mi sembrano insufficienti. Perché se il problema fosse soltanto quello, basterebbe cambiare le persone e il risultato dovrebbe cambiare automaticamente. E invece sappiamo che non accade così. Cambiano i governi, cambiano le maggioranze, cambiano i protagonisti, cambiano le parole utilizzate per descrivere il futuro, ma molti dei problemi restano e spesso ritornano in forme nuove. Questo significa che dobbiamo avere il coraggio di guardare più in profondità.

Quello che emerge, almeno per me, è che una comunità non cambia semplicemente perché qualcuno decide che debba cambiare. Una norma può aprire una possibilità, un governo può imprimere una direzione, un investimento può mettere in movimento risorse, una tecnologia può accelerare enormemente alcuni processi, ma tra la decisione e il risultato esiste sempre una realtà composta da persone, imprese, lavoratori, famiglie, amministrazioni, territori, interessi, paure, competenze, abitudini e vincoli che reagiscono a ciò che viene deciso. È dentro questa realtà che le intenzioni vengono trasformate, adattate, qualche volta migliorate e altre volte completamente svuotate. Ed è proprio per questo che non credo più alle soluzioni che pretendono di esistere indipendentemente dal sistema nel quale dovranno vivere.

Abbiamo provato a costruire un modo diverso di guardare alle decisioni. Abbiamo riconosciuto che ogni scelta genera conseguenze, che quelle conseguenze producono adattamenti e che gli adattamenti possono diventare nuove cause di ciò che accadrà dopo. Abbiamo riconosciuto che non tutto può essere previsto, ma che molte cose possono almeno essere immaginate prima che diventino problemi concreti. Abbiamo ragionato sulla necessità di mettere le proposte sotto pressione, di cercarne i punti deboli, di costruire scenari differenti e soprattutto di non trattare come certezza ciò che è ancora soltanto un’ipotesi. Abbiamo poi fatto un passaggio ancora più importante: accettare che una decisione seria debba poter essere corretta, perché la fedeltà all’obiettivo conta molto più della fedeltà allo strumento che avevamo scelto all’inizio.

Tutto questo, però, non avrebbe alcun valore se diventasse soltanto un nuovo metodo da descrivere bene. Il rischio sarebbe enorme. Potremmo sostituire le vecchie parole con parole nuove, parlare di scenari, simulazione, verifica, responsabilità, rete e comunità, e finire esattamente nello stesso punto dal quale siamo partiti: costruire un linguaggio convincente senza modificare davvero il modo con cui prendiamo decisioni. È per questo che, arrivato alla fine, sento il bisogno di riportare tutto a una domanda molto più concreta: siamo veramente disposti ad applicare questi criteri anche quando mettono in discussione ciò che conviene a noi?

Perché è facile chiedere agli altri di cambiare. È facile chiedere alla politica maggiore responsabilità, alle imprese maggiore attenzione alle persone, ai lavoratori maggiore produttività, ai sindacati maggiore realismo, ai cittadini maggiore senso civico, alle amministrazioni maggiore efficienza, a chi possiede di più maggiore solidarietà e a chi riceve un aiuto maggiore capacità di attivarsi. Molto più difficile è riconoscere quale parte di quella richiesta deve riguardare direttamente noi, la nostra organizzazione, la nostra categoria, il nostro modo di lavorare e perfino alcune delle convinzioni alle quali siamo più legati.

È qui, secondo me, che si misura la serietà di una visione. Finché il cambiamento riguarda sempre qualcun altro, possiamo costruire progetti straordinariamente ambiziosi senza pagare alcun prezzo. Ma una comunità diversa non può nascere garantendo a ciascuno che nulla di ciò che lo riguarda dovrà essere modificato. Prima o poi emergeranno interessi da rimettere in discussione, abitudini da cambiare, rendite di posizione da difendere meno, responsabilità da assumere e qualche volta anche vantaggi ai quali rinunciare. Non perché il sacrificio abbia un valore in sé, ma perché non esiste trasformazione reale nella quale tutti mantengano esattamente ciò che avevano prima ottenendo contemporaneamente tutto ciò che desiderano dopo.

Questo vale per l’impresa. Un’impresa ha il diritto e il dovere di cercare sostenibilità, competitività, crescita e margine, perché senza queste condizioni non esistono investimenti e, nel tempo, non esiste neppure lavoro. Ma la stessa impresa deve interrogarsi su quanto del proprio risultato venga costruito scaricando costi sulle persone, comprimendo continuamente tempi, competenze e disponibilità fino a consumare la base umana sulla quale il sistema si regge. Non tutto ciò che produce un vantaggio economico immediato rappresenta necessariamente una scelta intelligente nel lungo periodo. Se una struttura risparmia oggi distruggendo competenze che domani dovrà ricostruire, probabilmente non ha realmente risparmiato. Ha soltanto trasferito il costo nel futuro.

Vale per il lavoro. Un lavoratore deve poter pretendere dignità, sicurezza, salario adeguato, rispetto e la possibilità di organizzare una vita che non venga completamente subordinata alle esigenze dell’azienda. Ma anche il lavoro deve confrontarsi con la sostenibilità del sistema nel quale quei diritti devono essere finanziati. Non considero questa affermazione una riduzione della tutela. Al contrario, penso che una tutela capace di durare sia molto più forte di una conquista che produce nel tempo condizioni economiche incompatibili con la propria sopravvivenza. La questione non è scegliere tra impresa e lavoro, ma costruire equilibri nei quali nessuna delle due parti possa considerare irrilevante ciò che accadrà all’altra dopo aver ottenuto il proprio risultato.

Vale per lo Stato e per le amministrazioni. Ogni servizio che chiediamo deve essere finanziato, organizzato, gestito e verificato. Ogni nuova tutela comporta risorse, personale, procedure e responsabilità. Possiamo certamente decidere che alcune esigenze siano prioritarie e che la collettività debba sostenerne il costo, ma dobbiamo smettere di raccontarci che quel costo non esista semplicemente perché non compare direttamente davanti a chi riceve il beneficio. Le risorse pubbliche non appartengono a un’entità astratta chiamata Stato. Sono prodotte dalla comunità e proprio per questo devono essere utilizzate con una responsabilità ancora maggiore.

Vale anche per la solidarietà. Se qualcuno non è nelle condizioni di affrontare da solo una difficoltà, una comunità civile non può limitarsi a osservare e dire che ciascuno è responsabile della propria sorte. Ci sono momenti nei quali una persona ha bisogno di essere sostenuta e situazioni nelle quali quella necessità può essere permanente. Ma la stessa serietà ci impone di distinguere l’aiuto che permette di recuperare autonomia dal meccanismo che rischia di trasformare una difficoltà temporanea in una condizione dalla quale non esiste più incentivo a uscire. Solidarietà e responsabilità non sono opposti. Una comunità matura deve essere capace di proteggerle entrambe.

E vale perfino per la sicurezza, parola sulla quale spesso costruiamo contrapposizioni inutili. Una comunità nella quale una persona non si sente sicura non è pienamente libera, ma nemmeno una comunità che pretende di eliminare ogni rischio può continuare a definirsi libera. Dobbiamo proteggere persone, lavoro, imprese, territori e infrastrutture senza trasformare la sicurezza nell’illusione che ogni pericolo possa essere eliminato attraverso un nuovo controllo. Anche qui servono equilibrio, responsabilità e capacità di distinguere ciò che possiamo prevenire da ciò che dobbiamo essere preparati ad affrontare quando accadrà.

È per questo che lavoro, sicurezza, solidarietà e responsabilità non possono essere quattro slogan messi uno accanto all’altro. Devono essere letti come parti dello stesso equilibrio e soprattutto devono essere utilizzati per giudicare ciò che facciamo. Una scelta che produce lavoro distruggendo sicurezza non è completa. Una scelta che aumenta sicurezza rendendo impossibile ogni attività economica non è sostenibile. Una solidarietà finanziata distruggendo la capacità di produrre le risorse che la sostengono non potrà durare. Una responsabilità trasformata nell’alibi per lasciare solo chi è più fragile smette di essere responsabilità e diventa semplicemente indifferenza.

È proprio dentro queste tensioni che la comunità acquista significato. Non nel momento in cui tutti sono d’accordo, ma quando interessi differenti riescono a riconoscere che esiste un limite oltre il quale il vantaggio della propria parte comincia a danneggiare il sistema dal quale anche quella parte dipende. Questo non eliminerà il conflitto. Non voglio nemmeno che lo elimini. Una società senza conflitto sarebbe probabilmente una società nella quale qualcuno non può più esprimere il proprio interesse. Quello che dobbiamo costruire è una capacità maggiore di governare il conflitto senza trasformarlo continuamente in delegittimazione personale, guerra tra categorie o ricerca di un nemico al quale attribuire ogni problema.

È un passaggio molto più difficile di quanto possa sembrare. Perché il conflitto organizzato attorno a un nemico produce consenso rapidamente. È semplice da comunicare. Se qualcosa non funziona, individuiamo chi è responsabile, costruiamo una categoria contro l’altra e chiediamo alle persone di scegliere da quale parte stare. Il problema è che, una volta ottenuto il consenso, il problema reale resta quasi sempre lì. E spesso dobbiamo comunque tornare a parlare proprio con la parte che avevamo trasformato nel nemico, perché possiede un pezzo delle informazioni, delle risorse o delle competenze necessarie per costruire la soluzione.

Non significa che tutti abbiano sempre ragione o che ogni posizione meriti la stessa considerazione. Esistono interessi incompatibili, comportamenti scorretti, responsabilità precise e scelte che devono essere contestate con forza. Ma una comunità capace non deve confondere la durezza del confronto con l’incapacità di riconoscere ciò che l’altro conosce. Posso contestare un’impresa e contemporaneamente comprendere il problema economico che sta affrontando. Posso difendere un lavoratore senza negare che esista una difficoltà organizzativa reale. Posso criticare un’amministrazione senza pensare che chiunque vi lavori sia incompetente. Posso rifiutare una proposta politica e riconoscere che contiene un elemento utile.

Questa capacità è molto più difficile dello schieramento automatico, perché obbliga a pensare.

Ed è qui che torno a una delle convinzioni che considero ormai centrali: nessuno possiede da solo tutta la realtà. Non il politico, non l’imprenditore, non il sindacalista, non il tecnico, non chi lavora sul campo e nemmeno la persona che vive direttamente un problema. Ciascuno possiede un pezzo importante, qualche volta decisivo, ma sempre parziale. La qualità delle decisioni dipenderà sempre di più dalla capacità di far incontrare queste informazioni senza pretendere che chi le porta debba rinunciare alla propria identità o ai propri interessi.

È esattamente questo il senso più profondo che attribuisco alla comunità. Non un insieme indistinto nel quale tutti diventano uguali. Una rete nella quale le differenze rimangono, ma smettono di essere completamente isolate. Una rete nella quale chi possiede una competenza possa incontrare chi ha un problema, nella quale chi osserva un rischio possa segnalarlo prima che diventi emergenza, nella quale un’esperienza positiva possa essere trasferita senza essere copiata ciecamente e nella quale perfino un fallimento possa diventare conoscenza per impedire che qualcun altro ripeta lo stesso errore.

È dentro questa visione che colloco Conflombardia, ma proprio per questo rifiuto di trasformarla in una risposta già pronta. Se dicessi che Conflombardia è già quella comunità, probabilmente distruggerei la credibilità di tutto ciò che ho scritto. Oggi è un progetto, una struttura, una rete che può provare a muoversi in questa direzione. E dovrà essere giudicata con la stessa severità che ho chiesto di applicare a tutti gli altri.

Non basterà avere territoriali, coordinatori, professionisti, convenzioni, incontri, progetti e strumenti di comunicazione. Tutto questo può essere utile, ma può anche diventare semplice struttura che mantiene se stessa. La domanda deve essere più difficile: cosa ha prodotto? Quel territorio è diventato più capace di intercettare un problema? Quella convenzione è diventata realmente un’opportunità? Quella relazione ha generato un risultato che prima non esisteva? Quella competenza è arrivata dove serviva? Quel problema è stato affrontato meglio perché persone che normalmente non si sarebbero parlate sono riuscite a farlo?

Se la risposta sarà no, non potremo accontentarci di dire che almeno abbiamo provato.

Dovremo capire perché.

Questa è una responsabilità che voglio assumere anche personalmente. Non posso costruire un’intera riflessione sulla necessità di mettere le idee sotto pressione e poi proteggere le mie. Se qualcosa di ciò che ho immaginato non funzionerà dovrà essere corretto. Se una parte dell’organizzazione non produrrà valore reale dovremo domandarci se abbia ancora senso mantenerla in quella forma. Se un sistema più efficace emergerà altrove, dovremo avere la capacità di imparare anche da chi non appartiene al nostro mondo.

La credibilità non nascerà dall’assenza di errori.

Nascerà dalla qualità con cui sapremo reagire quando li incontreremo.

Questo è un punto sul quale voglio essere molto netto, perché penso che una parte della sfiducia che oggi attraversa la società derivi proprio dall’incapacità delle organizzazioni di ammettere ciò che non funziona. Tutti raccontano risultati. Tutti pubblicano numeri positivi. Tutti cercano di dimostrare che il proprio progetto sta andando nella direzione prevista. Molto più raramente qualcuno spiega quale scelta non ha funzionato, cosa ha imparato e cosa ha cambiato di conseguenza.

Eppure è proprio lì che si riconosce la maturità.

Una persona che non sbaglia mai probabilmente non esiste. Un’organizzazione che non racconta mai un errore può invece esistere benissimo, ma questo non significa che non ne abbia commessi. Significa soltanto che ha deciso di non trasformarli in conoscenza condivisa.

Io vorrei esattamente il contrario.

Vorrei un sistema capace di costruire memoria anche delle difficoltà. Se una territoriale trova una soluzione che funziona, deve poterla raccontare e permettere ad altri di comprenderla. Se commette un errore, anche quello deve diventare utile. Se un progetto funziona in un luogo e non in un altro, dobbiamo capire quali condizioni hanno prodotto la differenza. Se una collaborazione non porta al risultato previsto, non dobbiamo limitarci a cancellarla e ricominciare da capo come se nulla fosse accaduto.

Solo così una rete smette di essere una somma di esperienze e diventa un’organizzazione che apprende.

E credo che questa capacità di apprendere sarà sempre più importante in un mondo che cambia molto più velocemente delle strutture che abbiamo costruito per governarlo. La tecnologia trasforma professioni e mercati, le competenze diventano obsolete più rapidamente, la demografia modifica i territori, le crisi economiche e geopolitiche producono effetti che arrivano nelle nostre vite in tempi molto più brevi di quanto accadesse in passato. Pretendere di costruire oggi una soluzione destinata a rimanere identica per vent’anni è probabilmente una delle illusioni più pericolose che possiamo coltivare.

La stabilità non verrà dalla capacità di impedire il cambiamento.

Verrà dalla capacità di attraversarlo senza perdere continuamente tutto ciò che abbiamo costruito.

Questo significa formare persone capaci di imparare, imprese capaci di evolvere, organizzazioni capaci di correggersi, territori capaci di leggere ciò che accade prima di subirlo completamente. Significa anche utilizzare la tecnologia, compresa l’intelligenza artificiale, non come sostituto della responsabilità umana ma come strumento per vedere prima ciò che possiamo vedere, mettere alla prova ipotesi, collegare informazioni e aumentare la qualità delle domande che siamo in grado di porre.

Non mi interessa una società nella quale la tecnologia decide per noi.

Mi interessa una società nella quale noi diventiamo abbastanza maturi da utilizzare strumenti sempre più potenti senza consegnare loro il compito di stabilire quali obiettivi dobbiamo perseguire.

Perché quella scelta rimarrà nostra.

Possiamo avere sistemi capaci di analizzare miliardi di dati e continuare a non sapere quale comunità vogliamo costruire. Possiamo prevedere con maggiore precisione alcuni comportamenti e utilizzare quella capacità semplicemente per vendere qualcosa in più, controllare meglio le persone o ottenere maggiore consenso. La tecnologia amplifica capacità. Non decide automaticamente verso quale direzione debbano essere utilizzate.

Ed è per questo che torno ai principi.

Lavoro.

Sicurezza.

Solidarietà.

Responsabilità.

Non come bandiere, ma come domande da porre davanti a ciò che stiamo facendo.

Questa scelta rende le persone più autonome o più dipendenti?

Produce lavoro reale o soltanto occupazione temporaneamente sostenuta?

Aumenta sicurezza oppure semplicemente la percezione di controllo?

Protegge chi è fragile oppure lo rende permanentemente subordinato all’aiuto?

Distribuisce responsabilità oppure costruisce un sistema nel quale tutti possono attribuire a qualcun altro ciò che non funziona?

E soprattutto: quale effetto produrrà sugli altri pezzi della comunità?

Se cominciassimo davvero a porci queste domande prima di prendere decisioni, probabilmente non elimineremmo gli errori. Ma ne eviteremmo alcuni e soprattutto saremmo meno sorpresi quando la realtà inizierà a reagire.

Non so se questo metodo sia sufficiente per cambiare una nazione.

E qui voglio essere molto preciso, perché usare parole troppo grandi sarebbe il modo peggiore di concludere. Una nazione non è un progetto aziendale, non può essere ridisegnata completamente da una persona o da un’organizzazione e non credo nell’idea che qualcuno possa sedersi a un tavolo e stabilire quale debba essere la società perfetta per milioni di individui. La storia ci ha già mostrato abbastanza volte quanto possa diventare pericolosa questa presunzione.

Penso però che una nazione possa cambiare quando cambia progressivamente la qualità delle relazioni e delle decisioni che la compongono.

Può cambiare quando un’impresa smette di considerare la persona soltanto un costo e la persona smette di considerare l’impresa soltanto il soggetto dal quale ottenere qualcosa.

Può cambiare quando una categoria smette di pensare che il proprio problema sia completamente indipendente da tutti gli altri.

Può cambiare quando un territorio costruisce una soluzione e invece di trasformarla in motivo di orgoglio locale la mette a disposizione di chi può migliorarla.

Può cambiare quando un amministratore ammette che una misura non ha funzionato e la corregge prima che l’errore diventi identità politica.

Può cambiare quando chi contesta una decisione porta anche una proposta capace di sopravvivere alla stessa severità con cui ha giudicato quella degli altri.

Può cambiare quando una persona riceve un aiuto e, una volta tornata nelle condizioni di farlo, considera naturale restituire alla comunità almeno una parte di ciò che ha ricevuto.

Nessuna di queste cose da sola cambierà l’Italia.

Ma milioni di comportamenti costruiscono esattamente ciò che chiamiamo Paese.

E forse è questo che dimentichiamo quando aspettiamo sempre il grande cambiamento. Una società non è soltanto il risultato delle leggi che approva. È anche il risultato di ciò che considera normale.

Se diventa normale arrivare impreparati e poi cercare un colpevole, continueremo a farlo.

Se diventa normale difendere una decisione anche quando i fatti la smentiscono, continueremo a farlo.

Se diventa normale pensare che la solidarietà sia sempre compito di qualcun altro, avremo una comunità più fragile.

Se diventa normale pretendere diritti senza chiedersi come vengono sostenuti, prima o poi quei diritti entreranno in crisi.

Se diventa normale pensare che chi ha un interesse diverso dal nostro sia necessariamente contro di noi, avremo una società nella quale qualsiasi problema complesso diventerà quasi impossibile da risolvere.

Ma se riusciamo progressivamente a cambiare alcune di queste normalità, allora qualcosa può davvero muoversi.

Non serve aspettare che tutti lo facciano contemporaneamente.

Una delle trappole più comode è proprio questa: dire che il nostro comportamento non serve perché gli altri continueranno comunque a comportarsi diversamente. È una giustificazione perfetta per non iniziare mai. Naturalmente una sola persona non costruisce una comunità, ma ogni rete è iniziata da relazioni che prima non esistevano e ogni organizzazione da qualcuno che ha deciso di trasformare un’intuizione in un comportamento concreto.

La vera domanda diventa allora quale pezzo possiamo realmente influenzare.

Non quello ideale.

Quello reale.

L’impresa nella quale lavoriamo.

Il territorio nel quale viviamo.

L’organizzazione della quale facciamo parte.

La categoria che rappresentiamo.

Il problema che conosciamo abbastanza bene da poter contribuire a risolvere.

È lì che la visione deve essere messa alla prova.

Prendiamo un problema vero.

Non un tema costruito per fare comunicazione.

Un problema che qualcuno vive ogni giorno.

Cerchiamo di capire chi ne conosce realmente una parte. Mettiamo insieme quelle informazioni. Cerchiamo anche qualcuno disposto a spiegare perché la prima soluzione che ci viene in mente non funzionerà. Individuiamo i rischi che possiamo ragionevolmente prevedere. Scegliamo un intervento sufficientemente concreto da poter essere verificato. Applichiamolo. Guardiamo cosa accade. Correggiamo ciò che non funziona.

E poi rendiamo disponibile ciò che abbiamo imparato.

È meno affascinante di promettere una rivoluzione.

Ma forse le rivoluzioni che durano iniziano proprio così.

Non quando qualcuno dichiara che da domani tutto sarà diverso, ma quando abbastanza persone scoprono che un modo diverso di fare le cose produce risultati migliori e cominciano a replicarlo.

È in questo senso che penso Conflombardia possa avere un ruolo. Non perché possieda l’esclusiva di questa idea e nemmeno perché debba diventare il centro di ogni relazione. Se il progetto funzionerà davvero, una parte del suo successo sarà proprio rendere meno importante chi abbia avuto l’idea iniziale. Il risultato dovrà poter vivere nei territori, nelle persone e nelle relazioni anche senza essere continuamente ricondotto a un nome.

Questa, per me, sarebbe una delle prove più forti.

Se una comunità esiste soltanto fino a quando qualcuno la dirige personalmente, non abbiamo costruito una comunità. Abbiamo costruito una dipendenza.

Se un’organizzazione funziona soltanto quando una persona controlla ogni decisione, non abbiamo costruito una struttura forte. Abbiamo costruito un sistema fragile che non sa ancora camminare da solo.

La vera leadership dovrebbe avere anche questa ambizione: costruire qualcosa che continui a produrre valore anche quando chi l’ha iniziata non è più al centro.

È una riflessione che considero importante soprattutto quando parliamo del futuro. Tutti noi cerchiamo naturalmente di proteggere ciò che abbiamo costruito, il nostro ruolo, le persone che amiamo e la posizione che abbiamo raggiunto. È umano. Ma nessuno controlla tutto. Può arrivare una crisi, una trasformazione tecnologica, una scelta politica, una malattia, un cambiamento economico o semplicemente il tempo. Pensare che la nostra sicurezza derivi esclusivamente dalla capacità di difendere ciò che possediamo oggi è probabilmente una delle illusioni più grandi.

Una parte della nostra sicurezza dipende da quanto è forte ciò che ci circonda.

Da quanto è competente il territorio nel quale viviamo.

Da quanto sono solide le imprese che producono lavoro.

Da quanto le persone hanno possibilità concrete di costruire una vita dignitosa.

Da quanto le istituzioni vengono considerate credibili.

Da quanto chi cade trova una rete capace di sostenerlo.

Da quanto siamo preparati ad affrontare ciò che non avevamo previsto.

Siamo più interdipendenti di quanto ci piaccia ammettere.

Ed è forse questa la ragione più concreta, non quella più idealistica, per cui vale la pena costruire comunità.

Non perché dobbiamo diventare tutti altruisti.

Perché anche il nostro interesse individuale, se guardato abbastanza lontano, dipende dalla qualità del sistema nel quale viviamo.

Un imprenditore non può prosperare indefinitamente dentro un territorio che si impoverisce.

Un lavoratore non può avere sicurezza dentro un sistema produttivo che perde continuamente competitività.

Una famiglia non può sentirsi protetta dentro una comunità nella quale cresce la fragilità sociale.

E nemmeno chi oggi si sente completamente autosufficiente può sapere quale circostanza domani potrebbe renderlo dipendente da competenze, strutture o persone che oggi considera lontane.

Questa non è paura.

È realismo.

E proprio per questo penso che la solidarietà più intelligente non sia quella che interviene soltanto quando qualcuno è già caduto. È anche quella che costruisce condizioni nelle quali meno persone cadano, nella quale i problemi vengono intercettati prima, nella quale le competenze circolano e nella quale una persona non deve necessariamente arrivare all’emergenza per incontrare qualcuno disposto ad ascoltarla.

Lo stesso vale per la sicurezza.

Lo stesso vale per il lavoro.

Lo stesso vale per l’impresa.

Prevenire costa quasi sempre meno che riparare, ma richiede qualcosa che spesso manca: la capacità di investire oggi su un problema che non è ancora abbastanza grave da produrre consenso.

Forse è proprio questa una delle differenze tra amministrare il presente e costruire il futuro.

Amministrare il presente significa rispondere a ciò che è già evidente.

Costruire il futuro significa anche riconoscere ciò che sta iniziando a cambiare quando ancora non produce abbastanza rumore da obbligarci a intervenire.

Non saremo sempre capaci di farlo.

Ma possiamo diventare molto migliori.

Ed è questa la parte che non considero affatto utopistica. L’utopia sarebbe pensare di conoscere il futuro. Io sto dicendo qualcosa di molto più limitato: possiamo costruire sistemi capaci di ascoltare più informazioni, interrogarsi meglio sulle conseguenze, sperimentare prima di estendere, verificare dopo aver deciso e correggere quando i risultati non corrispondono alle aspettative.

Non promette perfezione.

Promette soltanto meno superficialità.

E forse oggi sarebbe già un cambiamento enorme.

Alla fine di tutto questo non voglio chiedere a nessuno di credere in una nuova dottrina, in una nuova organizzazione o in me.

Sarebbe la contraddizione più grande.

Voglio che ciò che ho scritto venga sottoposto alla stessa regola che ho chiesto di utilizzare per tutto il resto: proviamo a vedere se funziona.

Se un territorio nel quale applichiamo questo metodo diventa più capace di affrontare i propri problemi, avremo un primo risultato.

Se imprese e lavoratori riescono a costruire soluzioni nelle quali le rispettive esigenze diventano informazioni da utilizzare e non soltanto armi da contrapporre, avremo un risultato.

Se un progetto permette a una persona di recuperare autonomia, a un’impresa di crescere, a un territorio di essere più sicuro o a una competenza di raggiungere qualcuno che ne aveva bisogno, avremo prodotto qualcosa di reale.

Se invece costruiremo soltanto strutture, ruoli, documenti, incontri e dichiarazioni senza modificare nulla nella vita delle persone, allora dovremo avere il coraggio di dire che non è sufficiente.

Non sarà piacevole.

Ma sarà vero.

Ed è la realtà, alla fine, che deve avere l’ultima parola.

Forse qualcuno chiamerà questa visione troppo ambiziosa. Qualcun altro potrà considerarla ingenua perché presuppone una capacità di collaborazione che oggi sembra spesso lontanissima da ciò che vediamo. Io non penso che dobbiamo ignorare queste obiezioni. Al contrario, dobbiamo tenerle dentro il progetto. Esistono egoismi, interessi forti, conflitti, opportunismi e persone che utilizzeranno qualsiasi sistema principalmente a proprio vantaggio. Una comunità seria non può essere progettata immaginando che queste cose scompaiano.

Deve essere costruita sapendo che esistono.

Proprio per questo servono regole, responsabilità, verifiche, trasparenza e capacità di correggere.

Non voglio un sistema che funzioni soltanto se tutti diventano migliori.

Voglio provare a costruire un sistema capace di produrre risultati migliori anche sapendo che le persone resteranno persone, con qualità, limiti, interessi, paure e contraddizioni.

Questo per me significa avere i piedi nella realtà.

E forse significa anche essere visionari senza trasformare la visione in allucinazione.

Immaginare ciò che ancora non esiste non è il problema.

Il problema è innamorarsi talmente tanto di quell’immagine da smettere di verificare se stia diventando reale.

Io voglio fare l’opposto.

Immaginare.

Costruire.

Controllare.

Correggere.

E continuare a costruire soltanto ciò che dimostra di avere valore.

Se questo percorso riuscirà, non avremo bisogno di proclamare di aver creato una nuova comunità. Ce ne accorgeremo perché inizieranno ad accadere cose che prima accadevano meno: persone che trovano risposte perché qualcuno ha messo in relazione competenze separate; imprese e lavoratori che riescono a discutere un problema prima che diventi una crisi; territori che condividono soluzioni invece di ricominciare ogni volta da zero; errori che non vengono nascosti ma utilizzati per evitare di ripeterli; persone fragili che vengono sostenute senza essere private della possibilità di tornare autonome.

Quella comunità non avrà bisogno di essere raccontata prima di esistere.

Saranno i risultati a raccontarla.

E forse è proprio questo il punto nel quale dobbiamo tornare alla domanda iniziale.

L’Italia non ha bisogno dell’ennesima promessa.

Ha bisogno di persone capaci di assumersi la responsabilità di costruire, ciascuna dentro il pezzo di realtà che può realmente influenzare, sapendo che quel pezzo è collegato a tutti gli altri.

Non tutti potranno fare la stessa cosa.

Non tutti avranno le stesse responsabilità.

Non tutti disporranno degli stessi strumenti.

Ma tutti possiamo smettere di considerare il futuro qualcosa che qualcun altro deve consegnarci già pronto.

Una comunità non nasce quando qualcuno trova finalmente la formula perfetta.

Nasce quando abbastanza persone iniziano a comportarsi come se ciò che accadrà agli altri avesse almeno una parte di conseguenza anche sul proprio futuro.

Quando chi decide accetta di essere giudicato dai risultati.

Quando chi critica accetta di sottoporre la propria alternativa allo stesso livello di severità.

Quando chi riceve qualcosa comprende, quando può, anche il valore di restituire.

Quando chi possiede competenze comprende che condividerle può aumentare, e non diminuire, il proprio valore.

Quando chi guida capisce che la propria responsabilità non consiste nel rendersi indispensabile, ma nel costruire persone e sistemi capaci di continuare anche senza dipendere continuamente da lui.

Se riusciremo anche soltanto in una parte di questo, avremo fatto qualcosa che vale più di molte promesse.

Avremo dimostrato che una visione può diventare metodo, che un metodo può diventare comportamento e che comportamenti ripetuti abbastanza a lungo possono diventare cultura.

A quel punto non avremo cambiato il Paese con un decreto.

Avremo iniziato a cambiare il modo con cui una parte del Paese costruisce se stessa.

E forse è proprio così che iniziano le trasformazioni più profonde.

Non quando qualcuno annuncia che da domani tutto sarà diverso.

Ma quando abbastanza persone smettono di aspettare che qualcuno venga a salvarle e cominciano, con responsabilità e senza illusioni, a costruire insieme ciò che da sole non potrebbero costruire.

Non so dove ci porterà.

Ma so quale prova dovrà superare.

La realtà.

Se funzionerà, continueremo.

Se non funzionerà, correggeremo.

Se troveremo qualcosa di migliore, dovremo avere il coraggio di utilizzarlo.

E se un giorno guardandoci indietro scopriremo che un territorio è diventato più forte, che qualcuno non è stato lasciato indietro, che un’impresa ha trovato nuove possibilità, che un lavoratore ha trovato maggiore dignità, che un problema è stato affrontato prima di diventare emergenza e che persone che prima non si parlavano hanno iniziato a costruire insieme, allora forse non servirà più chiedersi se questa visione fosse giusta.

Avrà già risposto la realtà.

E quella sarà l’unica risposta che, alla fine, avrà davvero valore.

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