Se nel capitolo precedente abbiamo riconosciuto che persone, imprese, lavoratori, amministrazioni e territori non rimangono immobili davanti a una decisione, il passaggio successivo è comprendere cosa accade dopo. Perché l’adattamento di un soggetto non si esaurisce quasi mai dentro quel soggetto. Una scelta compiuta da un’impresa modifica le condizioni di un lavoratore, la decisione di un lavoratore può modificare l’organizzazione dell’impresa, una diversa organizzazione può incidere sul cliente, il comportamento del cliente può modificare il mercato e quel cambiamento può tornare nuovamente sull’impresa dalla quale eravamo partiti. È in questo punto che il ragionamento smette definitivamente di essere lineare, perché ciò che avevamo considerato una conseguenza diventa a sua volta una causa.
È probabilmente questo uno degli aspetti che più sottovalutiamo quando discutiamo di una proposta. Guardiamo quasi sempre il primo passaggio, qualche volta il secondo, molto raramente continuiamo a seguire ciò che accade dopo. Non perché sia possibile conoscere ogni sviluppo futuro, sarebbe una pretesa assurda, ma perché il nostro modo di valutare una scelta è ancora troppo legato all’effetto che volevamo ottenere. Se quell’effetto compare, siamo portati a considerare la decisione riuscita. Se non compare, la consideriamo fallita. La realtà, invece, può restituirci situazioni molto più difficili da classificare: una misura può raggiungere perfettamente il primo obiettivo e contemporaneamente mettere in moto condizioni che, qualche tempo dopo, ne riducono il vantaggio oppure generano un problema completamente diverso.
Pensiamo a quello che accade quando interveniamo su un equilibrio economico. Non serve entrare subito nel merito di una specifica politica per comprendere il meccanismo. Una scelta modifica un costo, quel costo induce un soggetto a cambiare comportamento, quel comportamento modifica la convenienza di qualcun altro e quest’ultimo reagisce a sua volta. Dopo alcuni passaggi possiamo trovarci davanti a una realtà molto diversa da quella esistente al momento della decisione iniziale. A quel punto diventa perfino difficile individuare quale singolo elemento abbia determinato il risultato finale, perché ogni passaggio ha contribuito a costruire quello successivo.
Questa è una delle ragioni per cui diffido delle spiegazioni che, dopo un evento complesso, individuano immediatamente una sola causa e la presentano come se fosse sufficiente a spiegare tutto. È rassicurante pensare che un problema dipenda da un solo elemento, perché se troviamo quell’elemento possiamo immaginare di eliminarlo e risolvere il problema. Ma molte delle situazioni che affrontiamo oggi sono il risultato di una somma di decisioni, adattamenti, ritardi, incentivi, errori, opportunità e cambiamenti che nel tempo si sono influenzati tra loro. Cercare una sola causa può essere utile per costruire una narrazione; molto meno per costruire una soluzione.
Questo vale nel lavoro, dove una modifica organizzativa non produce soltanto un diverso turno o una diversa mansione, ma può cambiare il modo con cui una persona organizza la propria vita, il livello di disponibilità che può garantire, la percezione del proprio rapporto con l’azienda e perfino la decisione di rimanere oppure cercare altro. Se molte persone compiono la stessa scelta, ciò che inizialmente sembrava una questione individuale diventa un problema organizzativo. L’impresa reagirà nuovamente, magari cambiando modalità di selezione, aumentando il ricorso alla tecnologia, riorganizzando i servizi o modificando le condizioni offerte. Anche questa seconda risposta produrrà nuovi comportamenti. Il punto non è stabilire in questo momento chi abbia ragione. Il punto è capire che nessuno dei passaggi vive isolato dagli altri.
Lo stesso accade nella sicurezza. Un intervento può ridurre un determinato comportamento in un luogo preciso, ma quel comportamento può spostarsi, cambiare orario, cambiare modalità o diventare meno visibile. La prima osservazione ci potrebbe dire che l’intervento ha funzionato; una lettura più ampia potrebbe mostrarci che il problema non è scomparso, ma si è adattato. Se a quel nuovo adattamento rispondiamo con un altro intervento, generiamo a nostra volta una nuova modifica del contesto. Non è una ragione per arrendersi. È una ragione per comprendere che la sicurezza non può essere valutata soltanto misurando ciò che abbiamo fermato nel punto esatto nel quale siamo intervenuti.
La stessa logica si ritrova perfino nelle politiche costruite con le migliori intenzioni. Aiutare una famiglia, sostenere un’impresa, proteggere un lavoratore, incentivare un investimento sono obiettivi che possono essere pienamente condivisibili. Ma anche una misura positiva modifica le convenienze e quindi i comportamenti. Un sostegno temporaneo può permettere a qualcuno di superare una difficoltà e ripartire, ma se viene strutturato male può anche rendere meno conveniente modificare una situazione che avrebbe bisogno di essere superata. Un incentivo può accelerare un investimento realmente necessario oppure spostare semplicemente nel tempo una decisione che sarebbe stata presa comunque. Non è l’esistenza dell’aiuto il problema. È pensare che il suo effetto termini nel momento in cui il beneficio viene erogato.
Questo ragionamento ci obbliga anche ad affrontare una questione che trovo particolarmente scomoda, perché riguarda il modo in cui attribuiamo il successo delle nostre decisioni. Quando una scelta produce immediatamente ciò che avevamo previsto, tendiamo naturalmente a prendercene il merito. Quando, qualche tempo dopo, emergono conseguenze differenti, diventiamo molto più disponibili a considerarle eventi esterni, comportamenti imprevedibili o problemi generati da altri. È umano, ma non è sufficiente se vogliamo costruire una cultura seria della responsabilità. Non possiamo pretendere che una decisione venga valutata soltanto nel momento nel quale produce l’effetto che ci conviene mostrare.
Questo non significa attribuire a chi decide la responsabilità di qualunque cosa accada successivamente. Nessuno può conoscere tutte le variabili e nessuno può essere considerato responsabile di un evento che non aveva alcuna ragione concreta per poter prevedere. Dobbiamo stare molto attenti a non trasformare questo ragionamento nella comoda teoria secondo la quale, con il senno di poi, tutto sarebbe stato evidente. Non è così. Esistono errori inevitabili, eventi eccezionali, cambiamenti improvvisi e comportamenti che nessuna analisi ragionevole avrebbe potuto anticipare.
Esiste però una differenza enorme tra ciò che era realmente imprevedibile e ciò che abbiamo scelto di non considerare. Se una conseguenza era conosciuta, se qualcuno l’aveva già segnalata, se esperienze precedenti mostravano che quel comportamento era possibile oppure se bastava guardare la questione dalla posizione di un altro soggetto per accorgersi del rischio, allora non possiamo continuare a chiamarla sorpresa soltanto perché non faceva comodo inserirla nella nostra valutazione iniziale. La responsabilità, secondo me, inizia anche qui: non nell’obbligo impossibile di conoscere il futuro, ma nel dovere di non ignorare volontariamente ciò che possiamo ragionevolmente vedere.
E questo dovrebbe valere per tutti. Per la politica, naturalmente, ma anche per chiunque pretenda di proporre una soluzione. Vale per un imprenditore che modifica un’organizzazione. Vale per un sindacato che presenta una rivendicazione. Vale per un’associazione che chiede una nuova regola. Vale per un’amministrazione che cambia un servizio. Vale anche per chi critica una decisione e propone un’alternativa, perché essere all’opposizione di una scelta non ci autorizza a valutare soltanto i vantaggi della nostra soluzione. Se pretendiamo serietà da chi decide, dobbiamo pretenderla anche da noi stessi quando proponiamo qualcosa di diverso.
Questo è un punto sul quale credo sia necessario essere molto netti. Troppo spesso il dibattito pubblico funziona in maniera opposta. Della proposta dell’altro cerchiamo immediatamente tutte le conseguenze negative possibili, mentre della nostra raccontiamo quasi esclusivamente l’obiettivo positivo. Se l’altro propone una misura, analizziamo costi, rischi, contraddizioni e possibili abusi. Quando la stessa severità dovrebbe essere applicata alla nostra idea, improvvisamente diventiamo molto più indulgenti. Ma una proposta non diventa migliore perché appartiene alla nostra parte. Diventa migliore se riesce a sopravvivere alle obiezioni, ai comportamenti reali delle persone e alle conseguenze che può produrre.
C’è anche un altro aspetto che non voglio trascurare. Quando parliamo di reazioni successive tendiamo quasi automaticamente a pensare a qualcosa di negativo, come se ogni conseguenza non prevista fosse necessariamente un problema. Non è così. Una decisione può mettere in movimento energie che non avevamo immaginato, creare collaborazioni nuove, generare innovazione, spingere qualcuno a trovare soluzioni migliori, aprire opportunità che inizialmente non erano visibili. Anche questo fa parte della complessità. La realtà non ci sorprende soltanto peggiorando i nostri piani; qualche volta li supera.
Ed è importante riconoscerlo perché altrimenti questo ragionamento diventerebbe una giustificazione per non fare nulla. Se ogni decisione può produrre conseguenze impreviste, qualcuno potrebbe concludere che la scelta più prudente sia rimanere fermi. Io penso l’esatto contrario. Non decidere è già una decisione e produce anch’essa conseguenze. Lasciare immutato un sistema che non funziona non significa conservarlo esattamente com’è; significa permettere che continui a produrre i propri effetti e che il mondo attorno cambi senza che noi interveniamo. Anche l’immobilità mette in movimento reazioni, soltanto che spesso preferiamo non attribuircene la responsabilità perché non abbiamo compiuto un atto visibile.
La vera questione non è quindi scegliere tra agire e non agire. È imparare ad agire sapendo che ciò che faremo entrerà dentro un sistema vivo. Dobbiamo accettare che nessuna scelta importante possa essere completamente isolata e che nessun risultato serio possa essere valutato soltanto attraverso il primo effetto prodotto. Questa consapevolezza non riduce la capacità di decidere. La rende più adulta, perché ci costringe a uscire dalla comodità della soluzione perfetta e ad accettare che ogni intervento richiederà osservazione, responsabilità e probabilmente anche correzioni.
Credo che sia proprio qui che molti sistemi inizino a fallire: nel momento in cui la correzione viene vissuta come l’ammissione di un errore che non possiamo permetterci. Una volta difesa pubblicamente una posizione, diventa difficile modificarla senza essere accusati di incoerenza. Così si finisce talvolta per continuare a sostenere una scelta anche quando la realtà sta mostrando che alcuni presupposti erano sbagliati. Ma io non considero incoerente chi modifica una decisione perché sono cambiate le condizioni o perché sono emersi elementi che prima non conosceva. Trovo molto più pericoloso chi, pur di non ammettere che la realtà ha restituito qualcosa di diverso, continua a difendere un modello che non produce più il risultato per cui era stato costruito.
Essere coerenti dovrebbe significare rimanere fedeli all’obiettivo, non necessariamente allo strumento. Se il mio obiettivo è creare lavoro, devo essere disposto a cambiare una misura quando mi accorgo che non lo sta producendo. Se voglio maggiore sicurezza, non posso continuare a difendere un intervento soltanto perché l’ho proposto io, se nel frattempo il problema si è spostato oppure trasformato. Se voglio aiutare chi è in difficoltà, devo poter correggere un sistema quando mi accorgo che non sta più aiutando le persone a uscire da quella condizione. Altrimenti non sto più difendendo l’obiettivo. Sto difendendo me stesso.
Ed è probabilmente questo il punto nel quale il ragionamento inizia a diventare davvero concreto. Se una decisione produce una prima conseguenza, se quella conseguenza modifica i comportamenti e se quei comportamenti diventano a loro volta nuove cause, allora dobbiamo smettere di immaginare le politiche, le organizzazioni e perfino i nostri progetti come linee che partono da un punto e arrivano a un risultato. Dobbiamo iniziare a considerarli percorsi che cambiano mentre vengono attraversati.
Non potremo mai conoscere tutte le strade che si apriranno. Ma possiamo certamente fare molto più di quanto facciamo oggi per non scoprirle soltanto quando ci siamo già finiti dentro.
Ed è da qui che nasce la domanda successiva, quella che considero forse la più importante di tutto questo ragionamento: se alcune reazioni sono ragionevolmente immaginabili prima che accadano, perché aspettare che diventino problemi reali prima di provare a comprenderle?
rso dal sapere come impedirle di rompersi. Fino a questo momento abbiamo costruito scenari e cercato di vedere prima ciò che normalmente scopriamo dopo. Il passo successivo sarà capire cosa fare di quella conoscenza, come trasformarla in una decisione capace di affrontare la realtà senza pretendere che la realtà rimanga esattamente quella che avevamo immaginato.











