Più osservo queste situazioni e più mi convinco che una parte delle difficoltà che incontriamo non dipenda soltanto dalla mancanza di risorse o da decisioni sbagliate, ma anche dal modo con il quale abbiamo imparato ad organizzare le risposte. Per necessità abbiamo diviso tutto: il lavoro da una parte, lo sviluppo economico da un’altra, la sicurezza altrove, poi il sociale, la formazione, la sanità, la casa, i trasporti. È comprensibile e probabilmente inevitabile, perché nessuna struttura potrebbe funzionare senza competenze precise, ma il problema nasce quando quella divisione amministrativa diventa anche il modo con il quale guardiamo la realtà e cominciamo a pensare che ciò che accade dentro una casella non produca conseguenze nelle altre.
Una famiglia nella quale entrano due stipendi, per esempio, può apparire perfettamente autonoma fino al momento in cui uno dei due viene meno. Se contemporaneamente esiste un mutuo, ci sono figli, magari un genitore anziano e poche alternative occupazionali vicine, quella che all’inizio era una questione lavorativa comincia quasi immediatamente a modificare consumi, scelte familiari, disponibilità economica e percezione del futuro. Se la difficoltà dura abbastanza, entreranno in gioco ammortizzatori, servizi, formazione, magari sostegni pubblici, e ciò che pochi mesi prima apparteneva esclusivamente a un’azienda sarà diventato un problema che coinvolge una parte molto più ampia della comunità.
Lo stesso percorso può iniziare dall’impresa. Quando un’attività produttiva decide di trasferirsi, ridimensionarsi oppure semplicemente non riesce più a crescere, non spariscono soltanto alcuni posti di lavoro. Cambiano gli acquisti presso i fornitori, diminuisce la capacità di spesa di alcune famiglie, si riduce una parte del gettito, possono diminuire attività collaterali e, se il fenomeno riguarda un intero settore o una determinata zona, nel tempo cambia anche la qualità sociale di quel territorio. È molto più facile accorgersene qualche anno dopo, quando bisogna intervenire sulle conseguenze, che nel momento in cui il processo sta iniziando.
Ho sempre trovato curioso che, quando questo accade, ciascuno venga chiamato a gestire il proprio pezzo quando spesso ormai il problema è già diventato comune. Il sindacato interviene sul lavoro, l’impresa cerca una soluzione economica, il Comune affronta ciò che accade sul territorio, i servizi sociali incontrano le famiglie che non riescono più a farcela, la formazione prova a ricollocare le persone e la politica, qualche volta, arriva quando tutto questo è già diventato abbastanza grande da meritare un titolo sui giornali.
Non è necessariamente colpa di qualcuno. È il risultato di un sistema nel quale ciascuno ha imparato ad essere responsabile di una parte e molto meno ad osservare ciò che succede qualche metro più avanti.
Eppure nella vita delle persone quella distanza non esiste.
Se un giovane trova lavoro a quaranta chilometri da casa ma non esiste un trasporto pubblico compatibile con i propri orari, abbiamo formalmente risolto il problema occupazionale ma forse non abbiamo risolto quello della persona. Se per raggiungere quel lavoro deve acquistare un’automobile, sostenere costi che assorbono una parte rilevante dello stipendio e trascorrere ogni giorno ore negli spostamenti, quel posto di lavoro continua naturalmente ad avere valore, ma la possibilità di costruirci attorno una vita diventa molto diversa.
Potremmo dire che il trasporto non è una politica del lavoro, ed è amministrativamente corretto. Nella vita di quel ragazzo, però, lo è eccome.
La stessa cosa succede con la casa. Possiamo creare opportunità occupazionali in un territorio nel quale il costo dell’abitare cresce molto più rapidamente dei salari e poi sorprenderci se chi possiede determinate competenze decide di vivere o lavorare altrove. Possiamo attirare imprese e investimenti, ma se contemporaneamente non troviamo persone in grado di lavorarci, servizi adatti alle famiglie e infrastrutture che permettano di raggiungerle, abbiamo costruito soltanto una parte dell’ambiente necessario perché quell’investimento rimanga.
È qui che il concetto di sicurezza assume una dimensione che va molto oltre quella alla quale siamo normalmente abituati.
Una persona è certamente più libera quando vive in una strada sicura e sa che esistono istituzioni in grado di intervenire quando qualcuno viola le regole, ma nella sua vita quotidiana conta anche poter sapere con una ragionevole certezza che cosa succederà domani. Non sapere se il reddito sarà sufficiente, se un servizio continuerà ad esistere, se una professionalità avrà ancora valore oppure se un cambiamento improvviso potrà cancellare in pochi mesi ciò che è stato costruito in anni produce un’altra forma di insicurezza, meno visibile ma capace di modificare profondamente il comportamento delle persone.
Una famiglia che si sente economicamente fragile consuma meno, investe meno, rinvia scelte, qualche volta rinuncia ad avere un figlio o decide che determinati progetti non siano più sostenibili. Un piccolo imprenditore che non riesce a prevedere costi, regole e condizioni del mercato evita un investimento che avrebbe magari prodotto nuovi posti di lavoro. Un giovane che non vede una prospettiva credibile nel proprio territorio comincia a immaginare altrove quella che potrebbe avere qui.
Sono decisioni individuali assolutamente comprensibili, ma quando migliaia di persone cominciano a prenderle contemporaneamente diventano una trasformazione collettiva.
Ed è proprio quando quella trasformazione produce persone che non riescono più a sostenersi autonomamente che compare la terza dimensione, quella della solidarietà.
Su questo continuo ad avere un’idea molto semplice, maturata più osservando situazioni concrete che leggendo teorie: una comunità dimostra il proprio valore soprattutto quando riesce a sostenere chi attraversa un momento nel quale da solo non ce la fa, ma quella stessa comunità dovrebbe avere anche l’ambizione di capire perché quella persona sia arrivata lì e, quando è possibile, costruire le condizioni perché possa uscirne.
Se una persona perde un lavoro e per mesi riceve un sostegno economico, abbiamo fatto una cosa necessaria; se dopo due anni quella stessa persona non ha acquisito una nuova competenza, non ha incontrato una possibilità concreta di ricollocazione e continua ad avere come unica prospettiva il rinnovo del sostegno, forse abbiamo protetto il presente ma non abbiamo costruito il futuro.
La differenza, per me, passa spesso da qui.
Solidarietà non è soltanto intervenire quando qualcuno cade, perché quello continuerà ad essere necessario in qualsiasi società civile. Significa anche organizzare un sistema abbastanza intelligente da capire perché è caduto, quali strumenti possono servirgli e quanto dobbiamo fare perché una difficoltà non diventi definitivamente un’identità.
Lo stesso ragionamento vale per la sicurezza. Possiamo intervenire su una situazione quando è diventata emergenza oppure possiamo provare ad osservare molto prima ciò che la sta producendo. E vale anche per il lavoro: possiamo occuparcene quando arriva una crisi aziendale oppure provare a capire anni prima quali imprese, quali professionalità e quali settori rischiano di entrare in difficoltà.
Quando guardo insieme questi tre elementi mi accorgo quindi che non formano una sequenza nella quale prima arriva il lavoro, poi eventualmente la sicurezza e infine la solidarietà. Si influenzano continuamente.
Un lavoro migliore può produrre maggiore sicurezza. Una maggiore sicurezza permette a una persona e a un’impresa di programmare e investire. Una solidarietà costruita bene protegge quando quella sicurezza viene meno e prova a ricostruire le condizioni perché possa tornare ad esistere. Allo stesso modo un lavoro povero o instabile può aumentare il bisogno di sostegno, un territorio insicuro può allontanare imprese e lavoro e una solidarietà che non riesce più a riportare verso l’autonomia può diventare, senza volerlo, parte della difficoltà che avrebbe dovuto risolvere.
È questo il motivo per cui faccio fatica a considerarle tre politiche differenti soltanto perché, dentro un organigramma, finiscono su scrivanie diverse.
Nella vita delle persone sono già una cosa molto più intrecciata.
E se vogliamo provare a costruire una politica che parta realmente dalla comunità, forse dobbiamo cominciare proprio da qui: non eliminando le competenze e le responsabilità, ma imparando finalmente a vedere ciò che succede quando una decisione attraversa il confine amministrativo dentro il quale pensavamo di averla contenuta.
A quel punto diventa inevitabile chiedersi quale delle tre dimensioni rappresenti più spesso il primo punto dal quale una persona costruisce la propria autonomia.
Nella maggior parte delle vite che incontro, quella risposta continua ad essere il lavoro.












