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Capitolo 1 L’Italia non ha bisogno dell’ennesima promessa

11 Ago, 2026

Ci sono momenti nei quali continuare a discutere soltanto di chi abbia ragione e di chi abbia torto non serve più a capire quello che sta accadendo. Io penso che uno di quei momenti sia arrivato. Lo dico senza alcuna presunzione di avere in tasca la soluzione per questo Paese e senza la tentazione, che considero ancora più pericolosa, di pensare che tutto ciò che è stato fatto fino a oggi sia sbagliato e che basti qualcuno di nuovo per rimettere improvvisamente ogni cosa al proprio posto. Sarebbe troppo facile e soprattutto sarebbe poco credibile. Abbiamo attraversato governi differenti, maggioranze differenti, stagioni politiche differenti, ricette economiche differenti e ogni volta una parte del Paese ha creduto che finalmente fosse arrivato il momento nel quale le cose sarebbero cambiate davvero. Qualcosa certamente è cambiato, qualcosa è migliorato, altro è peggiorato, ma molti dei grandi problemi che accompagniamo da anni sono ancora davanti a noi e spesso ritornano con nomi diversi, come se ogni generazione fosse costretta a ricominciare la discussione dal punto precedente.

Potremmo liquidare tutto dicendo che la politica non mantiene le promesse. È la spiegazione più semplice e probabilmente anche quella che raccoglierebbe più consenso. Io però non voglio partire da lì, perché non credo che basti. Naturalmente esistono promesse irrealizzabili, promesse utilizzate soltanto per ottenere voti, errori, incompetenza e responsabilità precise che devono essere riconosciute. Ma se riducessimo tutto questo semplicemente alla cattiva volontà o all’incapacità di chi governa, dovremmo anche spiegare perché lo stesso problema continua a presentarsi con governi e protagonisti diversi. A quel punto la domanda diventa inevitabilmente più scomoda: e se una parte della difficoltà non fosse soltanto nelle persone che decidono, ma nel modo con il quale abbiamo costruito l’idea stessa di decidere e di cambiare una società?

La politica, soprattutto durante una campagna elettorale, è inevitabilmente portata a semplificare. Deve spiegare problemi enormi in pochi minuti, deve rendere riconoscibile una posizione, deve convincere, deve indicare una direzione e naturalmente deve conquistare consenso. Non considero tutto questo uno scandalo; è parte del funzionamento della democrazia. Il problema nasce quando la semplificazione necessaria per comunicare viene confusa con la realtà sulla quale successivamente bisognerà intervenire. Una cosa è dire ciò che si vuole fare, un’altra è costruire concretamente le condizioni affinché ciò che si è detto possa essere realizzato. È in quella distanza che spesso iniziano le delusioni, perché la società reale non è composta soltanto da programmi, intenzioni e maggioranze parlamentari. È fatta di persone, imprese, lavoratori, famiglie, professionisti, amministrazioni, territori, strutture pubbliche, interessi differenti, risorse limitate, tempi, competenze, paure, aspettative e problemi che non aspettano ordinatamente il proprio turno per essere affrontati.

Per questo faccio fatica ad appassionarmi ancora all’idea secondo la quale ogni nuova stagione politica debba necessariamente presentarsi come l’inizio di una nuova Italia. L’abbiamo sentito troppe volte. Qualcuno deve cambiare tutto, qualcuno deve rottamare quello che c’era prima, qualcuno deve riportarci indietro a ciò che funzionava, qualcun altro deve portarci finalmente nel futuro. Nel frattempo la maggioranza delle persone continua a confrontarsi ogni mattina con questioni molto meno spettacolari e molto più concrete: avere un lavoro che permetta di vivere, costruire o mantenere un’impresa, sentirsi sicuri, trovare una casa sostenibile, curarsi quando serve, crescere un figlio, assistere un genitore anziano, affrontare una burocrazia che spesso non comprende, riuscire a immaginare cosa sarà della propria vita tra qualche anno. Ed è proprio questa distanza tra la grande narrazione e la vita quotidiana che, secondo me, sta consumando una parte della fiducia delle persone.

Non sto sostenendo che dobbiamo abbassare le ambizioni. Penso esattamente il contrario. Forse abbiamo bisogno di essere molto più ambiziosi, ma in un modo diverso. L’ambizione non può continuare a essere misurata dalla grandezza della promessa; deve iniziare a essere misurata dalla capacità di trasformarla in qualcosa che regga dentro la realtà. Dire che vogliamo più lavoro è facile. Dire che vogliamo maggiore sicurezza è facile. Dire che nessuno deve essere lasciato indietro è facile, ed è difficile trovare qualcuno disposto pubblicamente a sostenere il contrario. Il problema comincia il giorno dopo, quando quelle parole devono diventare organizzazione, responsabilità, scelte, risorse, comportamenti e risultati. È lì che una visione smette di essere soltanto un’affermazione condivisibile e inizia a dimostrare se possiede davvero la forza per cambiare qualcosa.

Io parto da una convinzione molto semplice, maturata non perché abbia osservato la società da una posizione privilegiata, ma esattamente per la ragione opposta: perché negli anni mi sono trovato a guardare la stessa realtà da punti differenti. Ho visto l’impresa e il lavoro, il sindacato, la sicurezza, il volontariato, i territori, le associazioni, le difficoltà quotidiane delle persone e quelle di chi deve organizzare attività e assumersi responsabilità. Ogni volta ho trovato una cosa che considero importante: vista da vicino, quasi nessuna questione è semplice come appare quando viene raccontata da lontano. Dietro una scelta che sembra evidente esistono quasi sempre esigenze differenti che non possiamo semplicemente cancellare perché disturbano la nostra posizione iniziale. Questo non significa rinunciare alle proprie idee. Significa avere abbastanza rispetto per la realtà da non pretendere che sia lei ad adattarsi alle nostre convinzioni.

Ed è proprio per questo che non mi interessa scrivere l’ennesimo articolo nel quale si spiega cosa dovrebbe fare il Governo, quale partito avrebbe ragione o quale legge dovrebbe essere approvata domani mattina. Non perché le leggi o le scelte dei governi non contino, ma perché penso che la questione che abbiamo davanti sia più profonda. Possiamo continuare a sostituire una norma con un’altra, un incentivo con un altro, un programma con un altro e probabilmente continueremo a farlo, perché una società deve necessariamente aggiornare le proprie regole. Ma se non cambia contemporaneamente la capacità di costruire attorno a quelle decisioni una realtà capace di sostenerle, continueremo ad attribuire alla norma un potere che da sola non può avere. Una legge può stabilire una regola, può vietare, consentire, incentivare, riconoscere diritti e imporre obblighi. Non può però costruire automaticamente fiducia tra le persone, competenza dentro un’organizzazione, responsabilità nei comportamenti o collaborazione tra soggetti che non si parlano.

È qui che per me inizia il vero problema e anche la parte più difficile di questo ragionamento. Perché è molto più rassicurante pensare che esista sempre qualcuno che possa risolvere le cose al nostro posto. Se il problema dipende dal Governo, cambiamo il Governo. Se dipende da una legge, cambiamo la legge. Se dipende da un dirigente, cambiamo il dirigente. A volte sarà certamente necessario farlo. Ma una comunità che attribuisce sempre all’esterno la responsabilità del proprio funzionamento finisce lentamente per perdere la consapevolezza della parte che dipende da ciascuno di noi. E con “ciascuno di noi” non intendo soltanto il singolo cittadino. Intendo imprese, lavoratori, sindacati, associazioni, professionisti, amministratori, corpi intermedi, territori e tutte quelle realtà che ogni giorno possono rendere una norma efficace oppure svuotarla completamente di significato.

Quello che mi interessa provare a costruire parte proprio da questa consapevolezza. Non penso a una società nella quale tutti siano d’accordo, perché non esiste e non sarebbe nemmeno desiderabile. Non penso a un Paese nel quale spariscano i conflitti tra interessi differenti, perché anche questo sarebbe irreale. E non penso che basti appellarsi alla buona volontà, alla solidarietà o al senso civico per risolvere problemi che hanno spesso radici economiche e organizzative molto profonde. Penso invece che dovremmo recuperare la capacità di guardarci come parti dello stesso sistema senza pretendere, per questo, di diventare uguali. Un imprenditore continuerà ad avere responsabilità ed esigenze differenti da quelle di un lavoratore; un’amministrazione pubblica dovrà compiere scelte che non soddisferanno sempre tutti; un sindacato dovrà rappresentare interessi specifici; un cittadino continuerà legittimamente a difendere ciò che ritiene importante per sé e per la propria famiglia. Il salto culturale non consiste nel cancellare queste differenze, ma nel comprendere che nessuna delle parti può costruire stabilmente il proprio benessere se il sistema nel quale vive continua a indebolirsi.

Forse è proprio qui che dobbiamo smettere di cercare un altro salvatore. Non perché non servano leader capaci, buona politica e istituzioni forti, ma perché nessuno di loro può sostituire una comunità che funziona. Possiamo eleggere il migliore governo possibile e continuare ad avere imprese e lavoratori che non riescono a parlarsi, territori incapaci di costruire progetti comuni, categorie che difendono soltanto il proprio spazio, cittadini che guardano alle istituzioni esclusivamente come a qualcosa da cui pretendere e istituzioni che considerano il cittadino come un problema amministrativo da gestire. In quelle condizioni anche la migliore intenzione incontrerà continuamente ostacoli, perché mancherà il tessuto necessario per trasformarla in realtà.

Questa è la ragione per cui oggi, più che chiedermi quale nuova promessa serva all’Italia, mi interessa capire quale nuovo modo di costruire ci serva. Non parto dalla certezza di conoscere già la risposta e probabilmente sarebbe un errore farlo. Parto però da una domanda che considero ormai inevitabile: se abbiamo sperimentato per anni l’idea che basti decidere dall’alto ciò che deve cambiare e continuiamo a scoprire una distanza enorme tra le intenzioni e ciò che accade realmente, non è arrivato il momento di capire meglio cosa succede dentro quella distanza?

Perché è precisamente lì, tra ciò che decidiamo e ciò che realmente accade, che secondo me dobbiamo iniziare a guardare.

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