L’intelligenza artificiale può ampliare conoscenze e competenze, ma può anche creare l’illusione di possederle. La differenza sta soprattutto nel modo in cui scegliamo di utilizzarla.
L’USO QUOTIDIANO DELL’INTELLIGENZA ARTIFICIALE MI HA INSEGNATO CHE IL VALORE NON STA NELLA PRIMA RISPOSTA
Uso l’intelligenza artificiale praticamente ogni giorno e ormai è entrata in molte delle attività che svolgo, dalla comunicazione all’analisi dei documenti, dalla costruzione di progetti alla ricerca, fino allo sviluppo di ragionamenti che spesso partono da un’intuizione ancora grezza e hanno bisogno di essere messi in ordine, verificati e approfonditi prima di diventare qualcosa che considero realmente utilizzabile.
All’inizio, come credo accada a molti, ciò che colpisce maggiormente è la velocità con cui riesce a restituire una risposta articolata, ordinata e apparentemente già pronta per essere utilizzata. Quando però si passa dalla curiosità all’uso quotidiano, quella velocità smette abbastanza presto di essere l’aspetto principale, perché ci si accorge che ricevere una risposta in pochi secondi non significa necessariamente aver ricevuto la risposta migliore e, soprattutto, non significa che quella risposta rappresenti davvero il pensiero che volevamo sviluppare.
Nel mio modo di lavorare succede spesso che io parta da un’idea, chieda all’intelligenza artificiale di svilupparla e mi trovi poi a intervenire sulla direzione presa, magari perché manca un elemento che considero determinante, perché il ragionamento si è allontanato dal contesto concreto oppure perché, pur essendo formalmente corretto, non restituisce fino in fondo ciò che penso.
È in quel momento che, almeno per me, comincia la parte più interessante del lavoro, perché la conversazione non consiste più nel fare una domanda e ricevere una risposta, ma diventa un confronto nel quale porto dentro esperienza, informazioni, dubbi, correzioni e qualche volta anche la necessità di rivedere il punto dal quale ero partito.
Per questo faccio fatica quando il dibattito sull’intelligenza artificiale viene ridotto alla domanda se sia giusto oppure sbagliato utilizzarla per scrivere, quasi che il problema fosse stabilire chi abbia materialmente battuto le parole sulla tastiera. Quello che mi interessa molto di più è capire quanto lavoro, quanta conoscenza e quanta capacità di giudizio ci siano stati nel percorso che ha portato a quel risultato.
L’intelligenza artificiale può accelerare una parte importante del lavoro e mettere a disposizione strumenti che fino a pochi anni fa sarebbero stati difficilmente immaginabili, ma proprio questa capacità rende ancora più importante il ruolo della persona che la utilizza, perché alla fine qualcuno deve essere in grado di stabilire se ciò che è stato prodotto sia corretto, coerente con il contesto e abbastanza solido da poter essere utilizzato e, soprattutto, firmato con il proprio nome.
LA COMPETENZA SERVE ANCHE A CAPIRE QUANDO UNA RISPOSTA NON REGGE ALLA PROVA DELLA REALTÀ
Questo aspetto diventa ancora più evidente quando utilizzo l’intelligenza artificiale all’interno di materie sulle quali ho costruito nel tempo esperienza e conoscenze concrete.
Mi occupo professionalmente di sicurezza e negli anni ho avuto modo di confrontarmi con organizzazione dei servizi, procedure, responsabilità, formazione, tecnologia e gestione operativa, cioè con tutti quei problemi che sulla carta possono apparire relativamente semplici ma che cambiano completamente quando devono essere applicati dentro un’organizzazione reale, dove entrano in gioco persone, ruoli, competenze, tempi, responsabilità e conseguenze delle decisioni che vengono prese.
Quando porto questi temi dentro una conversazione con l’intelligenza artificiale non parto quindi dalla sua risposta per costruire la mia opinione, perché possiedo già un patrimonio di esperienza che mi permette di confrontare ciò che viene proposto con quello che conosco, con ciò che ho visto funzionare, con ciò che ho visto fallire e con quelle dinamiche concrete che spesso non emergono nella prima lettura teorica di un problema.
È capitato più volte di trovarmi davanti a soluzioni costruite molto bene dal punto di vista formale ma che, conoscendo il settore, mostravano quasi subito qualche limite nell’applicazione concreta, perché una procedura può essere impeccabile sulla carta ma non considerare adeguatamente chi dovrà applicarla, così come una soluzione tecnologica può sembrare perfetta finché non viene inserita dentro un’organizzazione nella quale devono essere definiti responsabilità, formazione, controllo e modalità operative.
In questi casi la competenza non significa possedere ogni risposta, e sarebbe anche presuntuoso pensarlo, ma avere abbastanza conoscenza per accorgersi che qualcosa non torna, capire quale passaggio deve essere approfondito e sapere dove andare a cercare prima di trasformare una risposta ben costruita in una decisione.
Negli anni ho inoltre maturato conoscenze trasversali in ambiti differenti e questo mi aiuta molto nel confronto con l’intelligenza artificiale, perché spesso il valore non nasce soltanto dall’approfondimento verticale di un singolo argomento, ma dalla capacità di mettere in relazione aspetti organizzativi, normativi, tecnologici, comunicativi e gestionali che, se osservati separatamente, rischiano di restituire soltanto una parte del problema.
Non utilizzo quindi l’intelligenza artificiale per entrare in materie delle quali non conosco nulla o per costruirmi artificialmente una competenza che non possiedo. La utilizzo per approfondire ciò che conosco, colmare lacune specifiche, recuperare informazioni con maggiore rapidità, mettere in relazione conoscenze differenti e arrivare, quando necessario, più preparato anche al confronto con chi possiede una specializzazione verticale superiore alla mia.
Per me la distinzione sta tutta qui: utilizzare l’intelligenza artificiale per ampliare e rafforzare un patrimonio di conoscenze già costruito è una cosa molto diversa dal lasciare che sia lo strumento a creare l’apparenza di una competenza che, nella realtà, non abbiamo ancora maturato.
APPROFONDIRE UNA COMPETENZA È DIVERSO DAL COSTRUIRSI L’APPARENZA DI UNA COMPETENZA
Uno degli aspetti che considero più interessanti nell’utilizzo dell’intelligenza artificiale è la possibilità di approfondire rapidamente singoli elementi di una materia che già conosciamo, soprattutto quando ci troviamo davanti a un passaggio tecnico, normativo, organizzativo o specialistico sul quale abbiamo bisogno di aumentare il livello di comprensione prima di prendere una posizione o confrontarci con chi possiede una competenza più verticale della nostra.
In passato questo tipo di approfondimento richiedeva spesso molto più tempo, perché significava individuare le fonti corrette, recuperare documentazione, selezionare ciò che era realmente pertinente e riuscire poi a collegare informazioni provenienti da contesti differenti. Oggi l’intelligenza artificiale può aiutare a rendere questo percorso molto più accessibile, purché venga utilizzata come strumento di approfondimento e non come sostituto del percorso necessario per capire realmente ciò che stiamo leggendo.
È una distinzione che per me conta molto, perché acquisire un’informazione, comprendere meglio un concetto e maturare una competenza non sono la stessa cosa e soprattutto non avvengono nello stesso momento.
Posso utilizzare l’AI per chiarire un termine che conosco solo parzialmente, ricostruire il quadro normativo intorno a un problema, confrontare interpretazioni differenti, individuare documenti da leggere oppure farmi spiegare con maggiore precisione un passaggio che non avevo mai avuto necessità di approfondire fino a quel momento. Tutto questo aumenta realmente il mio patrimonio di conoscenze, ma acquista valore soltanto se quelle informazioni vengono poi comprese, confrontate con ciò che già so e inserite dentro un quadro che abbia una logica.
È proprio questo passaggio che rischia di scomparire quando utilizziamo l’intelligenza artificiale come una scorciatoia.
La facilità con cui oggi possiamo ottenere una spiegazione articolata può dare l’impressione che la distanza tra sapere poco e sapere molto sia diventata improvvisamente minima, ma nella realtà rimane una differenza importante tra riuscire a parlare di un argomento e avere maturato abbastanza conoscenza ed esperienza da assumersi la responsabilità di una valutazione professionale su quell’argomento.
Io considero quindi l’AI uno strumento molto utile anche per colmare lacune specifiche, perché nessuno possiede una conoscenza completa di ogni aspetto delle materie nelle quali opera e, anzi, credo che essere consapevoli di ciò che manca faccia parte della competenza stessa. La questione è capire fino a dove possiamo arrivare autonomamente e quando invece è necessario fermarsi, approfondire ulteriormente oppure coinvolgere una persona che possieda una preparazione specialistica maggiore.
In questo senso l’intelligenza artificiale può migliorare anche il rapporto con i professionisti, perché arrivare a un confronto avendo già compreso il contesto, individuato i punti critici e formulato domande più precise permette di utilizzare meglio anche la competenza di chi abbiamo davanti. Non significa sostituirlo, ma essere in grado di dialogare con maggiore consapevolezza e comprendere meglio le indicazioni che riceviamo.
Ed è forse proprio qui che si misura uno degli utilizzi più maturi dell’AI: non nel farci apparire competenti su tutto, ma nel permetterci di capire meglio dove termina la nostra conoscenza, quali parti possiamo approfondire e quali richiedono invece esperienza, specializzazione e responsabilità che nessuna risposta automatica può costruire al posto nostro.
COLLEGARE COMPETENZE DIVERSE PUÒ CAMBIARE IL MODO IN CUI LEGGIAMO UN PROBLEMA
Uno degli aspetti che trovo più utili nel lavoro con l’intelligenza artificiale nasce quando un problema non appartiene realmente a una sola materia, ma si trova nel punto di incontro tra competenze differenti e richiede quindi di essere osservato da più prospettive prima di poter essere compreso fino in fondo.
È una situazione che incontro spesso, perché nella realtà molti problemi non sono mai soltanto tecnici, soltanto organizzativi, soltanto normativi oppure soltanto comunicativi. Una decisione sulla sicurezza, per esempio, può avere contemporaneamente conseguenze operative, responsabilità giuridiche, esigenze formative, costi economici, effetti sull’organizzazione del lavoro e ricadute sulla comunicazione interna. Guardare soltanto uno di questi aspetti significa rischiare di costruire una soluzione corretta dentro un singolo perimetro ma debole nel momento in cui deve confrontarsi con tutto il resto.
Il fatto di avere maturato nel tempo esperienze in ambiti differenti mi porta naturalmente a ragionare in questo modo, cercando di capire non soltanto se una soluzione funzioni in teoria, ma anche quali effetti produca sulle persone, sull’organizzazione, sulle responsabilità e sugli obiettivi che si stanno cercando di raggiungere.
L’intelligenza artificiale, in questo tipo di lavoro, può diventare particolarmente interessante perché consente di mettere rapidamente a confronto informazioni, prospettive e discipline che normalmente vengono affrontate separatamente, aiutandomi a verificare se sto trascurando un elemento oppure se una decisione che appare corretta da un punto di vista può generare un problema osservata da un altro.
Questo non significa che sia l’AI a stabilire quali collegamenti siano davvero importanti, perché anche in questo caso serve qualcuno che conosca il contesto e sappia formulare il problema nella sua complessità. Se non so che una determinata scelta può avere una conseguenza organizzativa, difficilmente andrò a cercarla; se non conosco l’esistenza di una responsabilità o di un vincolo, posso anche ricevere una quantità enorme di informazioni senza accorgermi che manca proprio quella decisiva.
È qui che, secondo me, le competenze trasversali assumono un valore ancora maggiore, perché permettono di non osservare le informazioni come elementi isolati ma di inserirle dentro una visione più ampia, nella quale una conoscenza può aiutare a leggere meglio l’altra e una domanda nata in un settore può aprire un problema che appartiene apparentemente a un settore diverso.
Nel mio modo di lavorare questo significa utilizzare l’intelligenza artificiale non tanto per ottenere una soluzione già pronta, quanto per allargare il campo della verifica, mettere sotto pressione un’ipotesi e capire se sto osservando il problema da abbastanza punti di vista prima di arrivare a una conclusione.
Credo che sia anche per questo che l’AI possa diventare uno strumento particolarmente efficace per chi ha costruito nel tempo esperienze diverse e ha imparato a non ragionare per compartimenti separati. Non perché renda automaticamente migliore una decisione, ma perché permette di far emergere più rapidamente relazioni, conseguenze e contraddizioni che meritano di essere valutate prima che quella decisione venga presa.
Questo modo di lavorare diventa ancora più importante quando si passa dall’analisi alla comunicazione, perché mettere insieme informazioni corrette non basta se poi il risultato finale perde la voce, l’esperienza e il pensiero della persona che dovrebbe rappresentare.
5. QUANDO L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE ENTRA NELLA COMUNICAZIONE, IL RISCHIO È PERDERE LA VOCE DI CHI SCRIVE
È probabilmente nella comunicazione che l’utilizzo dell’intelligenza artificiale diventa più evidente e, nello stesso tempo, più delicato, perché oggi è possibile partire da poche indicazioni e ottenere in pochi secondi un testo ordinato, grammaticalmente corretto, strutturato in modo efficace e apparentemente pronto per essere pubblicato.
Il problema è che un testo può essere scritto molto bene e non appartenere realmente alla persona che lo firma.
È una cosa che vedo anche nel lavoro che faccio quotidianamente con l’AI, perché capita che una prima elaborazione sia tecnicamente corretta, magari persino elegante, ma abbia un ritmo, un linguaggio o una costruzione del ragionamento che non mi rappresentano. In quei casi non considero il lavoro finito soltanto perché il testo è bello da leggere, ma torno sul contenuto, modifico la struttura, elimino passaggi che considero artificiali, aggiungo ciò che deriva dalla mia esperienza e soprattutto cerco di riportare dentro quelle parole il modo nel quale avrei realmente sviluppato quel pensiero.
Questo articolo, in fondo, nasce anche da qui.
Durante la sua costruzione ho avuto modo di leggere versioni che contenevano concetti corretti, ma che non riconoscevo come miei, perché erano troppo ordinate, troppo schematiche, costruite con quella successione di frasi brevi e conclusioni ad effetto che può funzionare dal punto di vista formale ma che non corrisponde al mio modo di scrivere e, prima ancora, al mio modo di ragionare.
È stato necessario intervenire più volte, correggere la direzione e chiedere di ricostruire interi passaggi, non perché l’intelligenza artificiale non fosse in grado di produrre un buon testo, ma perché un buon testo non è necessariamente il mio testo.
Ed è proprio questo, secondo me, uno degli aspetti che dovremmo considerare con maggiore attenzione quando utilizziamo questi strumenti nella comunicazione professionale, politica, associativa o personale, perché se ci limitiamo a inserire una richiesta, ricevere una risposta e pubblicarla così com’è, rischiamo progressivamente di consegnare non soltanto la scrittura, ma anche una parte della nostra identità comunicativa a un sistema che inevitabilmente tende a costruire testi sulla base di modelli linguistici molto più ampi della nostra esperienza individuale.
Non significa che l’intelligenza artificiale non debba essere utilizzata per scrivere, perché sarebbe una conclusione che non condivido e che contraddirebbe anche il modo nel quale io stesso la utilizzo. Significa però che dobbiamo continuare a essere presenti dentro il testo, mantenendo la capacità di riconoscere quando una frase non ci appartiene, quando un passaggio semplifica troppo ciò che vogliamo dire o quando la forma diventa talmente perfetta da cancellare proprio quelle caratteristiche che rendono riconoscibile una persona.
Anche gli errori, le esitazioni, il modo nel quale costruiamo un ragionamento, le esperienze che scegliamo di inserire e perfino certe imperfezioni fanno parte della comunicazione, perché dietro un testo non dovrebbe esserci soltanto qualcuno che lo firma, ma una persona che possa riconoscersi realmente nelle idee, nelle parole e nelle conclusioni che sta mettendo a disposizione degli altri.
Per questo credo che in futuro diventerà sempre meno interessante cercare di stabilire se un testo sia stato scritto con oppure senza l’intelligenza artificiale, mentre diventerà molto più importante capire se chi lo ha pubblicato lo abbia realmente costruito, compreso e fatto proprio.
Ed è proprio da qui che si arriva, inevitabilmente, all’ultimo passaggio del ragionamento, perché quando un testo, un’analisi o una decisione vengono pubblicati con il nostro nome, la questione non riguarda più soltanto il modo nel quale sono stati prodotti, ma la responsabilità che siamo disposti ad assumerci per ciò che abbiamo deciso di utilizzare.
6. ALLA FINE, LA RESPONSABILITÀ RESTA DI CHI DECIDE DI FIRMARE, PUBBLICARE O UTILIZZARE QUEL RISULTATO
Più utilizzo l’intelligenza artificiale e più penso che, al di là di tutte le discussioni sulla qualità dei testi, sulla velocità delle risposte o sulla capacità di elaborare quantità enormi di informazioni, ci sia un punto che non possiamo permetterci di perdere: la responsabilità finale resta sempre della persona che decide di utilizzare ciò che è stato prodotto.
Se pubblico un testo con il mio nome, se utilizzo un’analisi per orientare una scelta, se porto un documento dentro un’organizzazione oppure se trasformo una risposta dell’intelligenza artificiale in una decisione che avrà conseguenze su altre persone, non posso pensare che il fatto di aver utilizzato uno strumento tecnologico riduca la mia responsabilità rispetto al risultato.
Questo vale ancora di più nei contesti nei quali una comunicazione, una valutazione o una decisione possono incidere realmente su un’impresa, su un lavoratore, su un’organizzazione o su una comunità, perché in quei casi non è sufficiente che il contenuto sia scritto bene o che sembri tecnicamente convincente. Bisogna averlo compreso, verificato per quanto necessario, inserito dentro il contesto corretto e soprattutto essere disposti a rispondere delle conseguenze che può produrre.
È anche per questo che faccio fatica a considerare l’intelligenza artificiale come un semplice sostituto di attività che prima svolgevamo direttamente. In molte situazioni può certamente alleggerire il lavoro, accelerare una ricerca o aiutare a costruire un ragionamento, ma proprio perché aumenta enormemente la capacità di produrre contenuti e analisi ci obbliga, secondo me, a diventare ancora più rigorosi nel momento in cui decidiamo cosa tenere, cosa scartare e cosa utilizzare.
La facilità con cui oggi possiamo produrre un testo apparentemente professionale rischia infatti di creare una strana illusione, quella per cui la qualità della forma possa diventare sufficiente a certificare anche la qualità del contenuto. Ma chi lavora davvero con documenti, decisioni, persone e responsabilità sa che non funziona così, perché una frase può essere perfetta e contenere comunque un’impostazione sbagliata, così come un’analisi può essere molto convincente e non aver considerato proprio l’elemento che, nella realtà, finirà per fare la differenza.
Credo quindi che il vero salto culturale nell’utilizzo dell’intelligenza artificiale non sarà imparare semplicemente a ottenere risposte sempre migliori, ma imparare a mantenere il controllo sul percorso che porta da quelle risposte alle nostre decisioni. Significa sapere quando approfondire, quando verificare fuori dallo strumento, quando chiedere il confronto di una competenza specialistica e anche quando fermarsi perché non abbiamo ancora abbastanza elementi per considerare concluso il lavoro.
Lo stesso vale per la comunicazione. Se un testo porta il mio nome, non mi interessa particolarmente stabilire quanta parte sia stata materialmente elaborata dall’intelligenza artificiale e quanta sia stata scritta direttamente da me; mi interessa molto di più sapere se quel testo rappresenta realmente il mio pensiero, se sono in grado di sostenerne le affermazioni, se ne conosco i limiti e se sono disposto ad assumermi la responsabilità delle parole che ho scelto di rendere pubbliche.
Forse è proprio questo il punto sul quale dovremmo concentrare maggiormente la discussione nei prossimi anni, perché l’utilizzo dell’intelligenza artificiale diventerà sempre più normale e probabilmente sarà sempre più difficile, oltre che sempre meno utile, distinguere ciò che è stato prodotto direttamente da una persona da ciò che è stato elaborato con il supporto di una macchina.
La differenza continuerà invece a farla la qualità della persona che utilizza quello strumento, il patrimonio di conoscenze che porta dentro il lavoro, la capacità di riconoscere i propri limiti, la disponibilità a verificare ciò che non conosce abbastanza e soprattutto la volontà di non delegare a una tecnologia quella parte di responsabilità che appartiene inevitabilmente a chi, alla fine del percorso, decide di mettere il proprio nome sotto ciò che è stato prodotto.












