Il Segretario Generale di Conflombardia spiega perché ha voluto la collaborazione con SCF – Servizi Contabili Fiscali: «Milano è una città straordinaria, ma per una microimpresa la complessità amministrativa può diventare un ostacolo quotidiano. La rappresentanza deve essere capace anche di costruire soluzioni concrete».
MILANO – Dopo l’annuncio della nuova collaborazione tra Conflombardia Milano e SCF – Servizi Contabili Fiscali, abbiamo incontrato il Segretario Generale di Conflombardia, Enrico Bombelli, per comprendere perché l’organizzazione abbia deciso di sviluppare proprio nel capoluogo lombardo un nuovo punto di riferimento dedicato a contabilità, fiscalità e assistenza amministrativa.
La convenzione prevede, tra gli altri elementi, una consulenza iniziale gratuita di 60 minuti, servizi per l’avvio e la cessazione delle attività, gestione contabile e business planning, oltre a specifiche attività amministrative nell’ambito immobiliare e condominiale. È inoltre previsto un primo riscontro alle richieste entro 48 ore.
Ma, nelle intenzioni di Conflombardia, il punto centrale non è semplicemente aggiungere un nuovo servizio.
È costruire presenza territoriale.
Segretario, perché ha voluto questa collaborazione proprio a Milano?
«Perché Milano rappresenta perfettamente la contraddizione che oggi vive una parte importante del nostro sistema economico. È una città capace di offrire opportunità enormi, dove nascono imprese, professioni, attività innovative e nuovi modelli di lavoro, ma è contemporaneamente un territorio nel quale chi parte da solo o con una struttura molto piccola può trovarsi rapidamente davanti a una complessità amministrativa difficile da governare.
Quando parliamo di piccole imprese dobbiamo ricordarci che molto spesso non stiamo parlando di organizzazioni con un ufficio amministrativo, un direttore finanziario e una struttura interna capace di seguire ogni procedimento. Parliamo dell’imprenditore che la mattina deve cercare clienti, organizzare il lavoro, rispondere ai fornitori, seguire i collaboratori e, contemporaneamente, comprendere scadenze, pratiche e adempimenti.
È partendo da questa realtà che ho ritenuto necessario costruire qualcosa di concreto su Milano.»
Quindi non considera questa semplicemente una nuova convenzione?
«No, ed è esattamente il punto sul quale vorrei essere molto chiaro.
Se l’obiettivo fosse semplicemente quello di aumentare il numero delle convenzioni, sarebbe sufficiente raccogliere una serie di loghi, pubblicarli sul sito e dire che abbiamo molti partner.
Non è il modello che mi interessa.
Una convenzione ha valore soltanto quando qualcuno, davanti a un problema reale, riesce effettivamente a utilizzarla.
Per questo preferisco parlare di presidio territoriale. Voglio che un imprenditore, un professionista o una partita IVA della nostra rete sappia che esiste un interlocutore, che può effettuare un primo confronto, spiegare il proprio problema e comprendere come affrontarlo.
Altrimenti rimaniamo nel mondo delle dichiarazioni.»
Perché partire proprio dai servizi contabili, fiscali e amministrativi?
«Perché rappresentano una parte quotidiana della vita dell’impresa.
Possiamo discutere di grandi strategie industriali, innovazione, intelligenza artificiale, internazionalizzazione e crescita, ed è giusto farlo, ma contemporaneamente migliaia di piccole realtà devono confrontarsi ogni giorno con questioni molto più immediate.
Come apro correttamente un’attività? Quali adempimenti devo affrontare? Come organizzo la gestione contabile? Quale pratica devo presentare? A quale ente devo rivolgermi? Come strutturo economicamente un progetto?
Sono domande estremamente concrete.
La convenzione prevede infatti attività relative all’avvio e alla cessazione dell’impresa e del lavoro autonomo, rapporti con Agenzia delle Entrate, Camera di Commercio, INPS e INAIL, gestione contabile e business planning, oltre ad altri servizi amministrativi.
Sono problemi magari poco spettacolari dal punto di vista della comunicazione, ma estremamente importanti per chi deve mandare avanti un’attività.»
C’è un aspetto della convenzione che considera particolarmente significativo?
«La consulenza iniziale gratuita di 60 minuti.
Non tanto per il valore economico della prestazione, quanto per il principio che introduce.
Prima di vendere un servizio bisogna comprendere il problema.
Molte persone arrivano da un professionista sapendo di avere una difficoltà, ma non sapendo necessariamente quale sia la risposta corretta o quale tipo di intervento serva.
Poter dedicare un primo momento all’analisi significa dare spazio all’ascolto e all’orientamento.
È un metodo che considero molto importante anche per Conflombardia: prima comprendere, poi intervenire.»
L’accordo prevede anche un riscontro entro 48 ore. Perché avete voluto inserire un riferimento ai tempi?
«Perché uno dei problemi che ci vengono raccontati più frequentemente non riguarda soltanto la qualità del servizio, ma l’incertezza.
Ho inviato la richiesta? È stata ricevuta? Chi la sta seguendo? Quando avrò almeno una prima risposta?
Sono domande semplicissime, ma per chi ha un problema aperto diventano fondamentali.
La convenzione stabilisce un primo riscontro entro 48 ore e prevede la tracciabilità delle richieste.
Non significa promettere che qualsiasi questione venga risolta in 48 ore, sarebbe scorretto affermarlo. Significa invece definire un principio operativo: la persona deve sapere che la propria richiesta è stata presa in considerazione e deve poter individuare un interlocutore.»
Conflombardia diventa quindi un erogatore di servizi fiscali?
«Assolutamente no.
Ed è importante evitare qualsiasi confusione.
Conflombardia fa il proprio lavoro e il professionista fa il proprio.
La convenzione stabilisce chiaramente che il partner eroga i servizi sotto la propria responsabilità e gestisce direttamente il rapporto professionale con il cliente finale, mentre Conflombardia promuove la collaborazione, facilita il collegamento e mette in relazione l’associato con il partner.
Questa separazione è importante.
Il nostro compito non è sostituirci ai professionisti, ma costruire intorno alla comunità delle imprese una rete di competenze affidabili e accessibili.»
Perché questa iniziativa viene presentata come progetto su Milano e non come convenzione nazionale?
«Perché credo che la crescita seria debba essere territoriale prima ancora che nominale.
Possiamo scrivere “nazionale” sopra qualsiasi documento, ma se poi sul territorio nessuno sa a chi rivolgersi abbiamo semplicemente costruito una definizione.
Preferisco il percorso inverso.
Partiamo da Milano, costruiamo funzionamento, relazioni, procedure, conoscenza reciproca e capacità di risposta. Verifichiamo sul campo quello che funziona e quello che eventualmente deve essere migliorato.
È un approccio molto più concreto.
Milano deve diventare un territorio nel quale la presenza di Conflombardia sia riconoscibile non soltanto perché esiste un logo, ma perché esiste una rete.»
È questa la sua idea del “Sindacato della Comunità”?
«Sì, perché “Sindacato della Comunità” non può diventare semplicemente un payoff.
Deve essere un metodo.
La comunità nasce quando soggetti diversi riescono a costruire relazioni utili: imprese, professionisti, associazioni, consulenti, territorio, istituzioni.
Il sindacato datoriale tradizionalmente rappresenta interessi, e questa resta una funzione fondamentale. Ma ritengo che oggi, soprattutto parlando di micro e piccole imprese, questo non sia più sufficiente.
Dobbiamo tutelare, informare, formare, promuovere, ma dobbiamo anche essere capaci di intercettare un bisogno e accompagnare la persona verso chi possiede la competenza per affrontarlo.
Non significa fare tutto.
Significa sapere costruire la rete giusta.»
Milano sarà quindi un laboratorio per il nuovo modello territoriale di Conflombardia?
«Milano può sicuramente rappresentare uno dei laboratori più importanti.
È una città nella quale convivono grandi imprese, professionisti, commercianti, nuove attività, startup, autonomi e una quantità enorme di micro e piccole realtà.
Ognuna vive esigenze differenti.
La sfida sarà evitare di costruire una struttura standardizzata che pretende di avere la stessa risposta per tutti.
Dobbiamo invece sviluppare una rete progressivamente più articolata, nella quale l’associato possa trovare competenze diverse a seconda del problema che deve affrontare.
SCF rappresenta un primo tassello di questo percorso.»
Quale risultato considererebbe realmente positivo tra qualche mese?
«Non conterei semplicemente il numero delle persone che hanno chiesto informazioni.
Guarderei soprattutto alla qualità del processo.
Vorrei sapere quante richieste sono state prese in carico, quali problemi abbiamo incontrato, quali esigenze stanno emergendo dalle imprese, quali servizi risultano maggiormente richiesti e soprattutto se chi si è rivolto alla rete ha trovato una risposta utile.
Perché anche questi dati ci permetteranno di conoscere meglio il territorio.
Una convenzione, se viene utilizzata correttamente, non produce soltanto servizi.
Produce anche conoscenza dei bisogni delle imprese.
Ed è proprio da quella conoscenza che una rappresentanza seria dovrebbe partire.»
Da Milano un modello costruito sui bisogni reali
Dalle parole del Segretario Generale emerge quindi una scelta precisa: utilizzare la collaborazione con SCF non come semplice accordo commerciale, ma come primo elemento di un sistema territoriale nel quale rappresentanza e servizi rimangano distinti, ma riescano a dialogare.
La sfida sarà adesso trasformare l’accordo in operatività e verificare direttamente sul territorio la capacità del modello di intercettare le esigenze delle micro e piccole imprese milanesi.
Il prossimo approfondimento sarà dedicato al punto di vista di SCF – Servizi Contabili Fiscali, per comprendere quali problematiche vengono incontrate più frequentemente da imprese, professionisti e partite IVA e come funzionerà concretamente l’accesso ai servizi previsti dalla nuova collaborazione con Conflombardia Milano.












