Se c’è una ragione per cui, tra lavoro, sicurezza e solidarietà, continuo quasi istintivamente a partire dal lavoro, non dipende soltanto dal fatto che da molti anni una parte importante della mia esperienza passa attraverso il sindacato. Dipende soprattutto da quello che vedo accadere quando una persona riesce, attraverso ciò che fa, a costruire una propria autonomia e da quello che accade invece quando quella possibilità comincia lentamente a restringersi.
Per la maggior parte di noi il lavoro rimane ancora il principale strumento attraverso il quale entriamo realmente nella vita adulta. Attraverso il lavoro paghiamo una casa, cresciamo dei figli, decidiamo se possiamo permetterci un progetto, sosteniamo altre persone e costruiamo quella parte di indipendenza che consente di non dover chiedere continuamente a qualcun altro ciò che siamo in grado di procurarci da soli. È una funzione economica, certamente, ma basta osservare cosa succede a una persona quando perde il lavoro dopo molti anni per capire che dentro c’è molto di più dello stipendio che non arriverà il mese successivo.
Cambia il rapporto con il tempo, cambia la percezione di sé, cambia spesso il ruolo dentro la famiglia e cambia soprattutto il modo nel quale si guarda al futuro. Una persona che fino al giorno prima programmava comincia a rimandare, quella che decideva comincia ad aspettare e quella che pensava di essere sufficientemente sicura scopre rapidamente quanto possa diventare fragile anche una vita costruita con serietà.
È anche per questo che continuo a considerare insufficiente misurare la qualità del lavoro soltanto contando quanti occupati abbiamo.
Possiamo avere più occupazione e contemporaneamente avere persone che, pur lavorando, fanno sempre più fatica a diventare autonome. Non serve necessariamente cercare situazioni estreme per accorgersene. Basta osservare quanto sia diventato normale per molte famiglie avere bisogno di due redditi semplicemente per mantenere condizioni che qualche decennio fa potevano essere sostenute con maggiore facilità, oppure quanto una spesa imprevista di poche centinaia di euro possa trasformarsi rapidamente in un problema anche per chi ogni mattina va regolarmente a lavorare.
A quel punto la domanda sul salario non può essere liquidata come una tradizionale rivendicazione sindacale, perché diventa una domanda sul funzionamento dell’intero sistema.
Che cosa produce un lavoro se, al termine del mese, non consente alla persona di costruire una ragionevole autonomia? Quanto può reggere un’economia nella quale aumentano i lavoratori ma diminuisce la capacità delle famiglie di consumare, risparmiare e investire nel proprio futuro? E soprattutto quanto possiamo pensare di risolvere successivamente attraverso interventi pubblici ciò che non siamo riusciti a costruire prima attraverso un lavoro sufficientemente produttivo e riconosciuto?
Sono questioni sulle quali anche il sindacato, secondo me, deve avere il coraggio di andare oltre una parte della propria tradizione. Difendere il salario resta fondamentale, ma oggi non basta più discutere soltanto di quanto viene pagata un’ora se non affrontiamo anche come quell’ora viene organizzata, quale produttività produce, quale competenza utilizza e quale possibilità lascia alla persona di continuare a essere utile in un mercato del lavoro che cambia sempre più rapidamente.
Il valore del lavoro, infatti, non è contenuto interamente nella busta paga.
Lo capisco molto bene quando ascolto persone che non contestano necessariamente il proprio stipendio, ma raccontano di non riuscire più a organizzare la propria vita perché tutto viene deciso con pochissimo anticipo, oppure quando incontro lavoratori che da anni svolgono funzioni più complesse di quelle formalmente riconosciute senza che quella crescita professionale abbia mai trovato un vero riscontro. E lo vedo dall’altra parte quando un’impresa perde una persona esperta e scopre, magari soltanto dopo, che sostituire un nome nell’organico è molto più semplice che sostituire dieci anni di conoscenza dell’organizzazione.
È proprio in questi momenti che la vecchia rappresentazione nella quale impresa e lavoro vengono descritti come due mondi che possono crescere soltanto uno a spese dell’altro mostra tutti i propri limiti.
Io sono sindacalista e non ho nessuna difficoltà a sapere quale sia il mio ruolo quando esiste un lavoratore da tutelare, ma questo non mi impedisce di vedere che senza imprese capaci di stare sul mercato, produrre margini, investire e innovare non esiste nessun lavoro da tutelare nel lungo periodo. Allo stesso modo, però, un’impresa che costruisce la propria competitività prevalentemente sulla compressione del lavoro finisce quasi sempre per consumare qualcosa che prima o poi dovrà ricostruire con costi molto maggiori: professionalità, motivazione, capacità di trattenere persone e reputazione come luogo nel quale vale la pena lavorare.
Le difficoltà di reperimento del personale che oggi attraversano molti settori sono un esempio evidente. È certamente vero che la demografia sta cambiando e che avremo meno giovani disponibili rispetto al passato, così come è vero che molte competenze richieste dalle imprese non coincidono più con quelle presenti sul mercato. Però fermarsi alla frase secondo cui “non si trova più nessuno che voglia lavorare” rischia di essere una spiegazione troppo comoda.
Forse dobbiamo anche domandarci quale lavoro stiamo offrendo.
Un ragazzo che entra oggi nel mercato non ragiona necessariamente come ragionavamo noi trent’anni fa. Non perché sia migliore o peggiore, ma perché vive dentro condizioni differenti. Sa che probabilmente cambierà più volte azienda, forse anche professione, che una competenza appresa oggi potrebbe essere insufficiente tra pochi anni e che il rapporto tra lavoro e vita personale avrà per lui un peso diverso da quello che aveva per molte generazioni precedenti.
Possiamo giudicare questa trasformazione oppure provare a comprenderla.
Personalmente preferisco la seconda strada, perché un sistema produttivo non può permettersi di chiedere alle nuove generazioni di comportarsi esattamente come quelle precedenti mentre tutto ciò che le circonda è cambiato.
Ma il problema che osservo con ancora maggiore attenzione riguarda forse chi giovane non è più.
Penso a chi oggi ha cinquanta o cinquantacinque anni, possiede una professionalità costruita durante decenni di esperienza e contemporaneamente può avere davanti altri quindici anni di vita lavorativa. È una generazione che rischia di trovarsi nel punto più delicato della trasformazione in corso: troppo lontana dalla pensione per poter semplicemente accompagnare alla fine le competenze che possiede e spesso troppo poco considerata quando si parla di nuova formazione, digitalizzazione e intelligenza artificiale.
Su questo credo che stiamo sottovalutando enormemente quello che può accadere.
L’intelligenza artificiale e l’automazione non arriveranno in un futuro indefinito, perché stanno già entrando nella gestione amministrativa, nella logistica, nella produzione, nella sicurezza, nei servizi, nella comunicazione e nelle professioni. Il problema non è decidere se possiamo fermarle, perché quella decisione non è più realmente nelle nostre mani; dobbiamo decidere se vogliamo subirne gli effetti oppure utilizzarle per rendere il nostro sistema più produttivo senza trasformare ogni aumento di produttività in una semplice riduzione del numero delle persone.
È una questione che riguarda contemporaneamente impresa, sindacato, formazione e politica, e proprio per questo rischia di non appartenere completamente a nessuno.
Se un’azienda introduce una tecnologia che riduce attività ripetitive, aumenta qualità e permette alle persone di concentrarsi su funzioni più complesse, quella tecnologia può diventare una straordinaria opportunità. Ma perché accada bisogna che qualcuno abbia iniziato a formare quelle persone prima che la trasformazione sia completata. Aspettare che una professionalità diventi inutile e poi finanziare un corso di riqualificazione significa arrivare ancora una volta quando il problema è già diventato emergenza.
Lo stesso vale per le imprese.
Non possiamo chiedere al nostro sistema produttivo di competere con Germania, Francia, Europa orientale, Stati Uniti o Asia e pensare contemporaneamente che innovazione, organizzazione e capitale umano siano questioni separate. La capacità di un’impresa di investire in tecnologia dipende dalla propria solidità economica, ma il valore di quell’investimento dipende anche dalla capacità delle persone di utilizzarlo e dalla disponibilità di un territorio a produrre continuamente nuove competenze.
È qui che il lavoro smette definitivamente di essere una questione che riguarda soltanto il rapporto tra dipendente e datore di lavoro e diventa una questione territoriale.
Quando una professionalità scompare da un territorio non la perdiamo soltanto dentro un’azienda. Quando un giovane qualificato se ne va perché altrove trova condizioni migliori, insieme a lui se ne va anche una parte dell’investimento che quella comunità ha fatto per formarlo. Quando una piccola impresa chiude, non scompare soltanto un soggetto economico, ma vengono meno clienti, fornitori, relazioni, competenze e capacità di produrre reddito che spesso erano cresciute nello stesso luogo durante molti anni.
È per questo che una politica territoriale seria dovrebbe conoscere con una precisione quasi ossessiva il proprio sistema produttivo.
Dovrebbe sapere quali settori stanno crescendo e quali stanno rallentando, dove mancano professionalità, quali mestieri stanno cambiando, quante competenze rischiamo di perdere, dove le imprese non trovano lavoratori e dove i lavoratori non trovano imprese capaci di riconoscere ciò che sanno fare. Dovrebbe collegare scuola, formazione professionale, università, politiche industriali e servizi per il lavoro molto più di quanto avvenga oggi, perché continuare a finanziare ciascun pezzo separatamente e poi sperare che il mercato li faccia incontrare spontaneamente significa utilizzare risorse senza costruire necessariamente un sistema.
In Lombardia questo ragionamento assume un peso ancora maggiore, perché siamo abituati a considerarci un territorio produttivamente forte e rischiamo qualche volta di confondere una posizione conquistata con una posizione garantita.
Non esiste nessuna legge economica secondo la quale un territorio che è stato competitivo continuerà automaticamente ad esserlo. La competitività si consuma esattamente come qualsiasi altro capitale se non viene continuamente ricostruita attraverso investimenti, infrastrutture, competenze, organizzazione, capacità di attrarre persone e condizioni nelle quali quelle persone possano decidere di rimanere.
E qui torniamo inevitabilmente alla persona dalla quale siamo partiti.
Un lavoro che permette di vivere, crescere professionalmente e immaginare il proprio futuro riduce la fragilità e aumenta la libertà con cui una persona può prendere decisioni. Un sistema produttivo capace di generare quel lavoro rende più forte il territorio, produce risorse e permette alla comunità di sostenere anche chi, temporaneamente o permanentemente, non riesce a partecipare nello stesso modo.
Quando invece il lavoro diventa troppo debole, troppo povero oppure incapace di offrire prospettive, una parte di ciò che non riesce più a garantire finisce inevitabilmente per essere richiesta altrove: alla famiglia, al welfare, ai servizi pubblici, alle associazioni, qualche volta semplicemente alla fortuna di avere qualcuno vicino disposto ad aiutare.
È in questo passaggio che il lavoro comincia già a diventare sicurezza.
Non ancora quella delle strade, delle telecamere o delle forze dell’ordine, ma quella più elementare e quotidiana che permette a una persona di guardare al mese successivo senza avere continuamente la sensazione che basti un imprevisto per mettere in discussione tutto ciò che ha costruito.
Ed è da quella sicurezza, forse molto prima di quanto normalmente pensiamo, che dobbiamo continuare il ragionamento.












