Arrivati fino a qui abbiamo provato a costruire un metodo. Abbiamo detto che una decisione non può essere giudicata soltanto dall’intenzione con cui nasce, che la realtà reagisce, che le conseguenze producono altre conseguenze, che possiamo provare a simulare alcuni scenari prima di scegliere e che una decisione seria deve poter essere verificata e corretta quando il mondo restituisce qualcosa di diverso da ciò che avevamo previsto. Abbiamo anche riconosciuto che nessuno possiede da solo tutta la realtà e che una comunità diventa più capace quando riesce a mettere in relazione conoscenze, responsabilità ed esperienze differenti. A questo punto, però, manca una domanda fondamentale: tutto questo metodo verso cosa deve essere orientato?
Perché possiamo diventare bravissimi a decidere senza avere ancora chiarito quale tipo di società vogliamo contribuire a costruire. Possiamo utilizzare dati, analisi, simulazioni, tecnologia e confronto tra competenze e continuare comunque a prendere decisioni efficienti che producono una comunità nella quale non vorremmo vivere. L’efficienza non contiene automaticamente un giudizio su ciò che è giusto perseguire. Un sistema può essere perfettamente organizzato e contemporaneamente lasciare fuori una parte delle persone, creare insicurezza, concentrare opportunità o trasformare la solidarietà in dipendenza. Il metodo serve, ma prima o poi deve incontrare una direzione.
Io questa direzione la individuo in alcune condizioni che considero elementari proprio perché non dovrebbero appartenere esclusivamente a una parte politica, a una categoria o a una determinata cultura: lavoro, sicurezza e solidarietà. Ma voglio essere molto chiaro, perché dette così rischiano di essere tre parole talmente utilizzate da non significare quasi più nulla. Non mi interessa inserirle in un manifesto e nemmeno utilizzarle come valori sui quali è facile ottenere consenso. Mi interessa capire cosa vogliono dire quando devono convivere nello stesso sistema e quando una scelta favorevole a una di esse rischia di danneggiare le altre.
Parto dal lavoro perché continuo a considerarlo una delle fondamenta più importanti dell’autonomia di una persona. Il lavoro non è soltanto reddito, anche se fingere che il reddito non sia centrale sarebbe ipocrita. La dignità non paga un affitto e il riconoscimento professionale non sostituisce uno stipendio insufficiente. Un lavoro deve permettere, per quanto possibile, di costruire una vita, assumersi responsabilità, immaginare il futuro e non dipendere permanentemente dall’intervento di qualcun altro. Ma sarebbe altrettanto riduttivo considerarlo soltanto una voce economica. Nel lavoro una persona utilizza competenze, costruisce relazioni, viene riconosciuta oppure ignorata, cresce oppure rimane ferma, percepisce di essere parte di qualcosa oppure semplicemente una risorsa intercambiabile.
È proprio qui che dobbiamo evitare la prima semplificazione. Difendere il lavoro non significa difendere qualunque posto di lavoro così com’è oggi e per sempre. Il mondo cambia, la tecnologia modifica le professioni, alcune attività scompaiono, altre nascono e molte vengono trasformate profondamente. Cercare di fermare questo processo in nome della tutela sarebbe probabilmente impossibile e, in alcuni casi, finirebbe proprio per indebolire coloro che vorremmo proteggere. Il problema non è impedire al lavoro di cambiare; è impedire che il cambiamento avvenga trattando le persone come l’elemento di cui liberarsi quando il sistema evolve.
Questo significa mettere la formazione, la capacità di acquisire nuove competenze e la possibilità di accompagnare le transizioni molto più al centro di quanto facciamo oggi. Se una tecnologia sostituisce una parte di un’attività umana, la domanda non può essere soltanto quanti costi abbiamo ridotto. Dobbiamo anche chiederci quale nuovo valore può produrre quella tecnologia e come le persone che prima svolgevano quell’attività possano essere messe nelle condizioni di svolgerne una diversa, più qualificata o semplicemente ancora necessaria. Non sempre sarà possibile mantenere lo stesso posto e non voglio raccontare una realtà che non esiste. Ma una comunità che considera normale espellere competenze senza provare prima a trasformarle sta consumando una risorsa che poi spesso scoprirà di dover ricostruire da zero.
Anche l’impresa deve però poter stare dentro questo equilibrio. Non posso sostenere che il lavoro sia centrale e contemporaneamente ignorare che il lavoro esiste soltanto se esistono attività capaci di sostenerlo. Un’impresa che non riesce più a essere competitiva, che non produce abbastanza valore o che viene caricata di costi che non può assorbire non proteggerà i lavoratori per decreto. Prima o poi ridurrà investimenti, servizi, occupazione oppure semplicemente chiuderà. Questo non significa che ogni richiesta dell’impresa debba prevalere. Significa riconoscere che la tutela del lavoro e la sostenibilità dell’impresa non possono essere trattate come due problemi completamente separati.
È esattamente questo il tipo di ragionamento che voglio portare dentro la comunità. Non chiedere chi debba vincere in partenza, ma quale equilibrio permetta a entrambe le parti di restare abbastanza forti da non distruggere le condizioni dell’altra. Ci saranno momenti nei quali un’impresa dovrà rinunciare a una parte del margine per riconoscere condizioni migliori a chi lavora. Ci saranno situazioni nelle quali una richiesta, pur comprensibile, dovrà confrontarsi con un limite economico reale. Il conflitto esiste e non bisogna nasconderlo. Ma il conflitto diventa sterile quando ciascuno considera irrilevante ciò che succederà all’altro dopo aver ottenuto il proprio risultato.
La sicurezza è il secondo elemento che considero fondamentale, ma anche qui dobbiamo liberare la parola da un significato troppo ristretto. Quando parliamo di sicurezza pensiamo immediatamente alla criminalità, alla presenza delle forze dell’ordine, alla protezione delle strade e delle nostre case. Tutto questo è essenziale e non penso affatto che debba essere relativizzato. Una persona che ha paura nel luogo nel quale vive non è pienamente libera e una comunità che tollera aree nelle quali le regole vengono progressivamente sostituite dalla forza di chi riesce a imporle ha già rinunciato a una parte della propria funzione.
Ma la sicurezza che incide sulla vita di una persona è più ampia. È anche sapere che il luogo nel quale si lavora non mette inutilmente a rischio la salute. È avere la ragionevole possibilità di progettare i mesi successivi senza vivere permanentemente nell’incertezza. È sapere che un anziano fragile non verrà completamente abbandonato se la famiglia non riesce a sostenerlo. È poter utilizzare infrastrutture che vengono mantenute, sapere che un territorio è preparato ad affrontare un’emergenza, che i dati personali e le attività economiche non sono lasciati senza protezione davanti a minacce digitali sempre più concrete.
Questo non significa promettere una società senza rischi. Non esiste. Anche la ricerca della sicurezza può diventare pericolosa se pretende di eliminare qualsiasi incertezza. Possiamo costruire talmente tanti controlli da rendere impossibile vivere, lavorare o innovare; possiamo moltiplicare procedure fino a confondere la prevenzione con l’immobilità; possiamo chiedere allo Stato o alle organizzazioni di proteggerci da qualunque conseguenza delle nostre scelte e finire per rinunciare progressivamente alla responsabilità individuale. Anche la sicurezza, quindi, ha bisogno di un equilibrio.
Per me essere sicuri non significa essere protetti da tutto. Significa costruire condizioni nelle quali i rischi ragionevolmente prevenibili vengano affrontati, le regole fondamentali siano realmente applicate e le persone sappiano che, quando accade qualcosa che non poteva essere evitato, esiste una comunità capace di reagire. È molto diverso dall’illusione del rischio zero.
Ed è qui che arriviamo alla solidarietà. Probabilmente è la parola più delicata delle tre perché viene utilizzata per descrivere cose molto differenti e perché rischia continuamente di essere trasformata in una contrapposizione ideologica. Io parto da un principio molto semplice: una comunità che abbandona chi cade non può considerarsi forte soltanto perché una parte dei suoi componenti continua a correre. Nella vita può capitare di perdere un lavoro, ammalarsi, fallire un’attività, attraversare una crisi familiare, diventare anziani, nascere dentro condizioni che rendono molto più difficile raggiungere le stesse opportunità degli altri. Pensare che tutto questo possa essere liquidato dicendo semplicemente che ciascuno è responsabile del proprio destino significa ignorare quanto la vita possa cambiare indipendentemente dalla nostra volontà.
Ma proprio perché considero la solidarietà indispensabile, non voglio ridurla alla semplice distribuzione di risorse. Aiutare qualcuno significa prima di tutto chiedersi di cosa abbia realmente bisogno per tornare, quando possibile, nella condizione di camminare con le proprie gambe. A volte sarà denaro. Altre volte sarà formazione, una rete di relazioni, una casa temporanea, assistenza sanitaria, sostegno psicologico, accesso a un servizio, un’opportunità di lavoro o semplicemente qualcuno capace di aiutare quella persona a orientarsi dentro un sistema che non riesce più a comprendere.
Una solidarietà che misura il proprio successo esclusivamente da quanto distribuisce rischia di dimenticare perché sta distribuendo. Anche qui dobbiamo tornare al risultato. Se un sostegno serve ad affrontare una condizione che non può essere modificata, una comunità civile deve assumersi quella responsabilità nel tempo. Ma quando esistono le condizioni per recuperare autonomia, il nostro obiettivo non dovrebbe essere mantenere una persona dentro il bisogno. Dovrebbe essere costruire tutto ciò che è realisticamente possibile affinché possa uscirne.
Questa distinzione è importante perché permette di essere contemporaneamente solidali ed esigenti. Non vedo alcuna contraddizione. Una persona che realmente non può farcela da sola deve sapere che non verrà abbandonata. Una persona che può contribuire deve però sapere che la solidarietà della comunità comporta anche una responsabilità nei confronti degli altri. Se chiediamo alla collettività di sostenere qualcuno, possiamo legittimamente chiedere a quel qualcuno, quando ne ha la possibilità, di partecipare al proprio percorso e di restituire alla comunità almeno una parte delle opportunità che ha ricevuto.
Ed è proprio qui che mi sono reso conto che lavoro, sicurezza e solidarietà non sono sufficienti se rimangono da soli. Serve un quarto elemento che li attraversi tutti: la responsabilità.
Senza responsabilità possiamo deformare ciascuno degli altri tre principi. Possiamo parlare di lavoro e pretendere diritti ignorando completamente ciò che rende possibile finanziarli, oppure chiedere produttività trattando le persone come se non avessero una vita oltre il luogo di lavoro. Possiamo invocare sicurezza chiedendo sempre maggiori controlli senza domandarci quale spazio rimanga alla libertà. Possiamo parlare di solidarietà come se ogni scelta individuale dovesse essere sostenuta indefinitamente dagli altri, oppure, al contrario, utilizzare la responsabilità personale come giustificazione per abbandonare chi non è concretamente in grado di affrontare da solo una difficoltà.
La responsabilità serve esattamente a impedire queste deformazioni. E non può essere pretesa soltanto dagli altri. Deve valere per il cittadino, per l’impresa, per il lavoratore, per chi rappresenta una categoria, per chi amministra risorse pubbliche, per chi governa e per chi critica. Se chiedo un diritto devo essere disposto a considerare come viene sostenuto. Se gestisco un’impresa devo accettare che il risultato economico non mi sollevi dalle responsabilità verso le persone e il territorio nel quale opero. Se rappresento lavoratori devo difenderli senza fingere che l’impresa nella quale lavorano possa ignorare per sempre mercato, organizzazione e competitività. Se amministro denaro pubblico devo ricordare che non sto distribuendo qualcosa che appartiene a me, ma risorse che qualcuno ha prodotto e che devono generare un risultato comprensibile.
La responsabilità vale anche nel modo in cui utilizziamo la libertà. Una comunità adulta non dovrebbe scegliere tra persone completamente assistite e persone completamente abbandonate alla propria sorte. Dovrebbe cercare di costruire il maggior grado possibile di autonomia individuale dentro un sistema nel quale sappiamo che la nostra libertà produce effetti anche sugli altri. Non tutto ciò che posso fare è necessariamente qualcosa che dovrei fare, così come non tutto ciò che la collettività potrebbe vietare dovrebbe necessariamente essere vietato.
È un equilibrio difficile e non esiste una formula capace di risolverlo una volta per tutte. Proprio per questo abbiamo costruito i capitoli precedenti. Dobbiamo osservare, simulare, verificare, correggere e soprattutto ascoltare prospettive differenti. I principi non sostituiscono il metodo. Gli danno una direzione.
Per questo, se dovessi valutare una proposta destinata a incidere sulla comunità, inizierei a guardarla anche attraverso queste quattro dimensioni. Non per pretendere che ogni decisione produca contemporaneamente un miglioramento perfetto in tutte, cosa probabilmente impossibile, ma per rendere visibili i compromessi che stiamo compiendo. Una misura può produrre più sicurezza ma limitare una parte della libertà; può aumentare la tutela del lavoro ma generare un costo economico; può sostenere chi è in difficoltà ma richiedere risorse a chi quelle risorse deve produrle. Il problema non è che esistano questi costi. Il problema è nasconderli e presentare ogni scelta come se producesse soltanto benefici.
Una comunità adulta dovrebbe avere il coraggio di parlare anche dei costi delle proprie scelte. Se vogliamo un servizio migliore dobbiamo sapere come finanziarlo. Se chiediamo maggiore sicurezza dobbiamo sapere quali risorse, quali professionalità e quali responsabilità servono. Se vogliamo salari più dignitosi dobbiamo interrogarci sul valore prodotto, sulla produttività, sul costo complessivo del lavoro e sul modo in cui quel valore viene distribuito. Se vogliamo sostenere chi è in difficoltà dobbiamo costruire un sistema capace di distinguere la fragilità reale dalla convenienza a utilizzare male quella solidarietà.
Non considero questo un arretramento rispetto ai principi. Penso che sia l’unico modo per prenderli veramente sul serio.
Per troppo tempo abbiamo accettato che parole importanti venissero utilizzate come bandiere. Chi pronuncia “lavoro” viene immediatamente collocato da una parte, chi parla di “sicurezza” dall’altra, chi insiste sulla “solidarietà” da un’altra ancora. Io penso che una comunità forte abbia bisogno di tutte queste cose nello stesso momento e che proprio il tentativo di separarle abbia contribuito a rendere il dibattito più povero.
Che senso ha avere un lavoro se una persona non è sicura mentre lo svolge o se il salario non le permette di costruire una vita? Che sicurezza possiamo immaginare in un territorio nel quale una parte crescente delle persone non vede più opportunità e sente di non avere nulla da perdere? Quale solidarietà può essere sostenuta nel tempo se distruggiamo le attività e il lavoro che generano le risorse necessarie per finanziarla? E quanto possono durare lavoro, sicurezza e solidarietà se ciascuno considera sempre qualcun altro responsabile del costo necessario per mantenerli?
È qui che queste parole smettono di essere tre capitoli separati di un programma e iniziano a descrivere un sistema.
Io non penso che una comunità possa essere costruita scegliendo una di queste dimensioni contro le altre. Penso che debba cercare continuamente un equilibrio, sapendo che quell’equilibrio cambierà nel tempo e che nessuno avrà il diritto di considerarlo definitivamente raggiunto. È esattamente per questo che serve un metodo capace di osservare le conseguenze e correggere le decisioni.
Ma sapere quali principi vogliamo tenere insieme apre immediatamente un altro problema, probabilmente uno dei più difficili. Imprese, lavoratori, cittadini, istituzioni, professionisti e territori non attribuiranno sempre lo stesso peso a lavoro, sicurezza, solidarietà e responsabilità. Avranno interessi differenti e, in alcuni casi, quegli interessi entreranno inevitabilmente in conflitto.
La domanda quindi non può più essere come eliminare il conflitto. Deve diventare come impedire che il conflitto distrugga proprio quella comunità che stiamo cercando di costruire.












